www.makj.jimdo.com

Mir se na erthètit

 

A MAKIJ

 

La mia bella Makij, senza Giudice, senza Sindaco, senza Gentarmi, ov’era nato libero eschivo d’imperio”.

                                                                                                                                                                                                   Girolamo De Rada 

(poeta arbëreshë di Makij – 1814/1903)

 

“La verità cristiana parla, attraverso la bocca del Signore, di una seconda nascita - spirituale, questa volta -, da acqua e Spirito, Padre è Dio e Madre la Theotokos, che ha contenuto l'Incontenibile.”

 

 

LA PATERNITA’ SPIRITUALE [1]

 

 

di p. Crisostomos Kutlumusiatis


Icona di (a sx.) s. Arsenio di Cappadocia (padre spirituale – 1840/1924)  e (a dx.) s. Paisio del Monte Athos (figlio spirituale – 1924/1994)

 

     […]  Il padre spirituale, a immagine di Cristo, guida e avvicina a Dio Padre quanti gli hanno affidato la propria anima… Tre funzioni si distinguono nella persona del padre spirituale: l'esempio, la mediazione, la parola. Egli insegna con la sua stessa presenza e il suo stesso modo di vita. E la sua parola consola ed edifica, cura e rinvigorisce l'anima.

     (…) Padre spirituale significa prima di tutto uomo spirituale. E il concetto di uomo 'spirituale’, che denota colui che è condotto dallo Spirito, viene riferito più facilmente all'uomo consacrato e crocefisso rispetto al mondo, uomo che ha imparato patendo - cioè sperimen­tando - le cose divine… Avendo attraversato tentazioni inaudite e guerre invisibili, egli ha una profondissima conoscenza dell'essere umano. E trovandosi in un cammino senza fine di unione con Dio, è in grado di accogliere pensieri e peccati, di discernere le profondità del cuore, di diagnosticare esattamente le malattie spirituali, di proteggere da errori, inganni e pericoli ai quali siamo esposti.

     (…) Negli stadi più alti della vita spirituale l'uomo, poiché ha reciso in maniera radicale i propri voleri e non bada «né ai discorsi dei suoi simili né : alla loro compiacenza», può capire e trasmettere in modo puro e limpido il  buon volere di Dio… Il padre spirituale esercita il discernimento. Sonda le profondità della coscienza.

     (…) Non sono essi, tuttavia, ad autoconsacrarsi padri. Nessuno può rapire la proprietà e il ruolo della guida spirituale. L'iniziativa spetta alla Chiesa e, individualmente, ad ogni fedele che ricercherà la paternità spirituale in una concreta persona. Non dimentichiamo che fu la folla dei fedeli a forzare la porta della cella di Antonio il Grande; di lì uscì «come un iniziato ai misteri da un santuario e come ispirato dal soffio divino» per diventare in seguito padre dei monaci… La parola dell'Anziano, attraverso la quale viene conosciuta la parola dello Spirito, realizza la formazione del novizio. Non si tratta di una relazione centrata semplicemente sull'apprendimento, poiché lo Spirito di Dio - Spirito di pace, unità e amore - tesse una relazione personale- carismatica tra Anziano e sottoposto.

     All'Anziano i monaci rivelano tutte le azioni e tutti i pensieri, e affidano tutto, con fiducia, al suo discernimento. Questa pratica della rivelazione della coscienza costituisce un mezzo straordinariamente efficace per la liberazione dall'io, senza la quale non  può esserci vita cristiana. Nella misura in  cui l'io arretra, il suo spazio viene  occupato dalla trasparenza spirituale e  dall'acquisizione del "discernimento degli » spiriti". Ciò si attua nel clima dell'amore… Ciò che caratterizza il padre spirituale non è semplicemente la sapienza, ma la sapienza dello Spirito, che ha come contenuto l'amore, È «dono dell'anima, a favore dell'anima del prossimo, in tutto», riporta san Giovanni Climaco.

     (…) Il monachesimo ricorda che la paternità spirituale non può valere e funzionare ex officio. Il trasmettere presuppone il partecipare. Senza la comunione incessante con lo Spirito Santo… non possono  esserci purificazione, illuminazione e  perfezione. Non sono dunque concepibili né vita spirituale né paternità spirituale né fraternità spirituale. Secondo san Dionigi Areopagita, il sacerdote «non illuminato» ha perso completamente la potestà che gli procura il mistero (sacramento) del sacerdozio. A maggior ragione non può operare come padre  spirituale.

     (…) La tradizione monastica accentua in modo particolare la ricerca e l'identificazione delia volontà dell'uomo con la volontà di Dio. Proprio questo essa persegue con la lotta dell'obbedienza volontaria e della rinuncia alla volontà propria. Ciò vaie sia per i! sottoposto sia per il padre spirituale. Insegna san Silvano l'Athonita: «Il padre spirituale, come pure il vescovo, non segue la propria opinione, ma chiede al Signore come debba agire. Il padre spirituale esercita il suo ministero con lo Spirito Santo». È evidente che, in questo ambiente, non trovano di regola spazio l'oppressione psicologica e qualsiasi rapporto di dipendenza. Non è naturale che colui che ricerca la volontà di Dio e non la sua si rifugi in atteggiamenti di tale natura.

     Il mistero della paternità spirituale non riguarda soltanto i monaci che si sono consegnati all'obbedienza di un Anziano, ma anche i laici. Poiché anch'essi sono chiamati ad operare dopo aver chiesto il consiglio dei padri spirituali. Dio è colui che pone sulla bocca di questi ultimi la giusta risposta «a causa dell'umiltà di cuore e della rettitudine di chi chiede», La paternità spirituale, pertanto, non è un carisma individuale incondizionato o un ufficio da cui procede la parola infallibile, È frutto di cooperazione e di rapporto agapìco tra figlio, padre spirituale e Dio Padre. Se in qualche punto questo rapporto è disturbato, non possiamo parlare di autentica paternità spirituale… La paternità : spirituale, inoltre, non ha a che vedere soltanto con la parola, ma altresì con l'esempio della vita, che rappresenta un insegnamento assordante e una trasfusione vivificante di Spirito.

     (…) Cosa possiamo dire per il futuro? Al posto di ogni previsione, riferiamo un racconto tratto dai Detti degli Anziani: Dicevano dell'abba Isacco che, quando stava per morire: si riunirono attorno a lui gli Anziani, che chiesero:«Cosa faremo, Padre, quando te ne sarai andato?». E quegli disse loro: «Guardate come ho vissuto dinanzi a voi. Se volete anche voi seguire e osservare i precetti di Dio, Dio invierà la sua grazia e custodirà questo luogo. Se però non li osserverete, non rimarrete in questo  luogo. Perché anche noi, quando i nostri Padri stavano per morire, siamo diventati tristi. Ma, osservando i comandamenti del Signore e i loro ordini, siamo vissuti come se fossero anch'essi assieme a noi. Comportatevi così anche voi e vi salverete».

 

[1]Tratto dalla rivista “Italia Ortodossa” (Semestrale di vita e cultura cristiana – Primo e secondo trimestre 2007) pagg. 27/32 - P. Crisostomo Kutlumusiatis è ieromonaco al Sacro Monastero di Kutlumusiu sul Monte Athos (Grecia)

Ricordati (tu che sei figlio spirituale) che Giuda ha tradito quando si è sottratto agli sguardi del suo Maestro.  Ricordati inoltre che il tuo padre spirituale per te similmente all'apostolo conosce i dolori del parto, gli attacchi dei demoni scatenati contro di lui, poiché i demoni si vendicano sul padre spirituale, dice Nilo l'Asceta, e vanno a turbarlo di giorno e di notte, suscitando, a suo danno, le calunnie, le difficoltà, i pericoli.

 

 

LA PATERNITA’ SPIRITUALE NEI PADRI DEL DESERTO

E NELLA TRADIZIONE ORTODOSSA [1]

 

Lo geronda Efraim (al centro della foto con il pastorale) del Sacro Monastero Ortodosso-greco di Filotheou al Monte Athos (Grecia)
Lo geronda Efraim (al centro della foto con il pastorale) del Sacro Monastero Ortodosso-greco di Filotheou al Monte Athos (Grecia)

     “Considera gli anni delle generazioni che furono... Chiedi a tuo padre, ai tuoi anziani e te lo diranno (Deut. 32, 7)” Per prima cosa, è necessario chiarire che per il cristiano ortodosso esiste un solo ed unico Maestro Spirituale che altro non è se non lo Spirito Santo, il Consolatore, lo Spirito di Verità, che il mondo non può ricevere in quanto resta a lui invisibile ed inconoscibile. Tuttavia, a voi, diceva il Signore ai suoi Apostoli e, per mezzo loro a tutti coloro che crederanno in Lui, voi lo conoscerete poiché dimorerà con voi e sarà in voi... Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho insegnato... Vi condurrà alla verità… Senza lo Spirito Santo, nessuno può ricevere l'illuminazione spirituale, nessuno può contemplare i misteri, nessuno può ricevere la grazia deificante, niente potrà essere mutato e trasformato, nessuno può insegnare, nessuno può essere Padre Spirituale.

     (…) I Padri del Deserto, questa schiera di uomini amanti di Dio, hanno vissuto e

meditati i comandamenti divini, notte e giorno. (E) per dimostrare quanto fosse dura e difficile la lotta, i Padri usavano questo detto: "Dai il tuo sangue e riceverai lo Spirito". Perciò sono divenuti Maestri e Padri Spirituali, alimentando la stirpe dei Pneumatofori, degli autentici pastori, poiché hanno raggiunto la semplicità del cuore posseduta dai bambini ricordata nei Vangeli. "Beati i cuori puri... e tutti coloro che, ininterrottamente, nelle profondità dell'animo, meditano il Nome glorioso del Signore Gesù, scrivono i Padri teofori Callisto ed Ignazio.

     (…) "Il Padre Spirituale, dice san Basilio il Grande, è colui che non vive più nella carne, ma guidato dallo Spirito di Dio, divenendo figlio di Dio, ad immagine del Figlio di Dio. Un simile uomo può essere chiamato spirituale". Per essere un Padre spirituale… bisogna aver sanato e padroneggiato le proprie passioni, prima di illuminare gli altri. In una parola, bisogna avere ereditato, prima di distribuire.

     (…) Se interroghiamo i Padri del deserto su come deve essere il padre spirituale,essi, al pari di Abba Poemen, risponderanno: "Colui che istruisce un altro deve essere perfettamente santo e privo di passioni. Non bisogna assolutamente costruire la dimora del vicino lasciando in rovina la propria. Colui che è maestro e non realizza niente di ciò che insegna, è simile ad un pozzo che disseta e lava ciò che lo circonda pur essendo colmo di ogni genere di impurità".

     Abba Ipeiechio diceva che colui che insegna per mezzo delle opere e non con le sole parole, è il vero sapiente… San Nilo (l’asceta) afferma che colui che è ancora immerso nelle passioni non può essere una guida spirituale.

     (…) "Poni attenzione, dice san Nilo, alle parole (del tuo padre spirituale) "ponitelo innanzi", poiché i progressi del discepolo saranno rapidi se quest'ultimo è costantemente sotto gli occhi del suo maestro. Il continuo spettacolo dei buoni esempi imprimerà delle simili immagini nelle più aride ed indurite anime..."

     (…) Il Maestro Spirituale è indispensabile, dice Cassiano il Romano, per colui che vuole praticare l'arte spirituale. Se per le arti e le scienze umane dobbiamo ricevere delle lezioni, istruirci, per quanto tali cose siano alla portata delle nostre mani, dei nostri occhi, delle nostre orecchie, se quindi abbiamo bisogno di un maestro capace che ci diriga, non è forse una follia voler apprendere l'arte spirituale senza un Maestro, essendo essa l'arte più difficile, un'arte nascosta, invisibile, che soltanto chi ha il cuore purificato può apprendere? Fallire in tale arte non è una semplice sconfitta, ma perdizione dell'anima e morte eterna.

     (…) "Quando troviamo tali maestri, dice Nilo l'Asceta, i discepoli devono rinunciare a se stessi e alla propria volontà, al punto da non differenziarsi da un corpo inanimato, di essere come la materia plasmabile nelle mani dell'artista...Poiché in tale modo il Maestro fa progredire i discepoli, che non lo contraddicono mai, nella virtù".

     "Non ti illudere credendo di saperti guidare da solo nelle cose spirituali, consiglia Abba Poemen. Sottomettiti ad un anziano e lasciati guidare in tutto". Un altro Padre del deserto, introducendo un novizio gli diceva: "Fratello, fai come il cammello. Caricati delle tue imperfezioni e lasciati guidare da un Padre spirituale sulla via che egli conosce più di te".

     "Se vogliamo criticare le soluzioni che utilizza il maestro, non ci sarà alcun progresso, poiché ciò che al discepolo può sembrare privo di importanza e persino insensato, dice ancora san Nilo, in verità è cosa buona. Colui che è un artista e chi non lo è, giudicano differentemente l'opera d'arte. Il primo ha come regola la conoscenza, l'altro la somiglianza".

     (…) Da ciò che abbiamo scritto sin qui, apprendiamo che non esiste altra via certa se non quella di confessare ogni pensiero ai Padri che hanno il dono del discernimento, di ricevere da loro soli la condotta nella virtù, di non affidarsi mai al proprio giudizio... Poiché confessarsi a qualcuno che non possiede il discernimento, che non ha esperienza, mette a rischio di perdizione ambedue le anime. Abba Poemen consiglia di non affidare la propria confessione a chi risulta sconosciuto alla nostra coscienza.

     Abba Cassiano e i suoi discepoli resero visita ad Abba Mosè (un vecchio brigante divenuto uno dei più grandi santi del deserto) e lo interrogarono sulla confessione dei pensieri. Mosè rispose loro: " È buona cosa, figli miei, non nascondere i propri pensieri ai Padri e confessarli francamente e sinceramente. Non bisogna ascoltare il proprio giudizio, ma sottomettersi, senza esclusione alcuna, a quello dei Padri. Non bisogna confessare a chiunque i segreti del cuore, ma a degli anziani divenuti spirituali, che sanno discernere, che hanno la stima di molti e non soltanto i capelli bianchi. Molti sono coloro che si fissano sulle cose esteriori e rivelano i loro pensieri; al posto della guarigione trovano la disperazione, a causa dell'inesperienza di chi li ascolta".

 

[1] di p. Ambroise Fontrier – Tratto dalla rivista ortodossa “La Pietra” (Anno IV – n. 3-4 – Luglio-Dicembre 2000

 

UNA BREVE RACCOLTA DEGLI SCRITTI

DEL SANTO ORTODOSSO-SERBO

 JUSTIN POPOVIC

 

Scrisse di lui, il metropolita ortodosso Ireneo di Creta: "E’ stato un dono di grazia dato dal Signore alla santa Chiesa ortodossa".

s. Justin Popovic - I.pdf
Documento Adobe Acrobat 1.2 MB
s. Justin Popovic - II.pdf
Documento Adobe Acrobat 967.5 KB

Contro il fai-da-te: “L’uomo che impara l’obbedienza non si affidi a se stesso in nulla, ma per qualunque cosa chieda consiglio ai padri spirituali. A loro deve confessare con purezza i segreti della propria anima… E siccome non vogliamo lasciare la nostra volontà per il Signore, provochiamo a noi stessi danno spirituale e disastri”. (sant’Efrem il Siro)

 

 

ASCOLTO E OBBEDIENZA: METANOIA *

 

 

     Dalla vita dei santi padri del deserto leggiamo: “Visitando un giorno uno dei padri gli chiesero: “se si viene tentati da un pensiero e vinti da esso, si studia bene ciò che hanno detto i padri a riguardo per cercare di applicarlo, ma senza riuscirvi del tutto; cosa è più utile in questo caso: far conoscere il proprio pensiero ad un padre o sforzarsi di applicare da soli tutto ciò che si è letto, conservandolo nella propria coscienza?. Rispose l’Anziano: “Hai obbligo di far conoscereil tuo pensiero ad un essere umano che ti potrà aiutare perché non rimanga nell’ambito della tua persona. Perché nessuno può da solo aiutare se stesso, specialmente quando è schiavo delle passioni”.

     Ecco cosa è successo a me quando ero giovane: avevo una passione spirituale che mi vinceva. Sentendo allora che padre Zenone aveva aiutato molti che erano in una situazione simile, decisi di andare a parlargli. Il diavolo però me lo impediva mettendomi in mente questo pensiero: “Se tu sai cosa devi fare, applica tutto ciò che hai studiato. Perché devi dare fastidio al padre spirituale?”

     Ogni giorno che decidevo di andare dall’Anziano la guerra alla passione si affievoliva, grazie all’astuzia del diavolo, convincendomi a non andare: tornavo allora schiavo della mia passione.

     Altre volte mi recavo lì, con la decisione di esporgli il mio pensiero, ma il nemico non me lo consentiva, partorendo nel mio cuore un senso di vergogna e dicendomi segretamente: “Ma se conosci la terapia, cosa ti serve parlarne agli altri? Ti stai molto a cuore e conosci bene tutto ciò che hanno detto i padri…” Di tutto ciò mi convinceva il nemico per non chiedere una cura al medico della mia anima.

     L’Anziano da parte sua, mentre capiva che i pensieri mi turbavano, ma mi diceva nulla, ma lasciava a me la decisione di esporglieli: mi additava la retta via, poi mi lasciava partire.

    Un giorno però, pieno di tristezza, dissi dentro di me: “Fino a quando, anima mia, non vorrai trovare una terapia? Altri vengono al padre da lontano e trovano una cura e tu non ti vergogni di avere vicino a te un medico e non riuscire a guarire?

     Si scaldò così tanto la mia anima, che dissi dentro di me: “Andrò dall’Anziano e, se non troverò altri lì, capirò che è volontà di Dio rivelargli il mio pensiero”.

     Andai e non trovai nessuno. Il padre, com’era sua abitudine, mi parlò circa la salvezza dell’anima e come ci si può liberare dai cattivi pensieri. Io, per la vergogna, non gli rivelai ancora nulla ed ero pronto ad andarmene. Lui si alzò, mi benedisse e mi accompagnò fino alla porta. Lo seguii e i pensieri mi torturavano: “Devo parlargli o no?”.

     Si voltò verso di me e comprese il mio travaglio; mi diede un colpo al petto e mi disse: “Cosa hai, non dimenticare che anch’io sono un uomo”.

     Appena disse quelle parole il mio cuore battè forte e caddi col volto ai suoi piedi; tra le lacrime lo pregai: “Abbi pietà di me!”.

     “Cos’hai?” mi chiese il padre.

“Non sai cosa ho” risposi.

     “Sei tu che me lo devi dire…” disse lui. Allora con molta vergogna gli confessai la mia passione.

     “Perchè ti vergognavi e hai aspettato tutto questo tempo? Non sono anch’io un essere umano? Vuoi allora che io ti riveli tutto ciò che so? Non sono tre anni che vieni qui con questi pensieri e non me li confessi?”

     Confessai a caddi di nuovo davanti a lui pregandolo: “Abbi pietà di me, per il nostro Signore”.

     “Vai” mi disse “non tralasciare la preghiera e non accusare nessuno”.

     Andai nella mia cella e mi dedicai alla preghiera. Con la grazia di Dio e con le preghiere dell’Anziano, non sono mai più stato disturbato da questa passione.

    

* Dal “Libro dei Gherontes” (cioè degli Anziani) monaci ortodossi e professori del deserto.

L’inizio del cammino di conversione consiste nell’abbandonare la volontà propria, col non vivere in modo proprio. E’ stoltezza voler “correre la corsa dei combattimenti… in modo autonomo. Segui con fede senza esitazioni (il tuo padre spirituale) i sapienti nelle cose divine. Esci dalla terra della tua volontà e dalla parentela del tuo modo di sentire. (Gen. 12,21) (…) Colui che ha conseguito una forte fede nel proprio padre secondo Dio, guardando a lui pensa di guardare al Cristo stesso. Bisogna guardare al proprio maestro e alla propria guida come a Dio.”

 

 

“COME VEDENDO IL CRISTO STESSO” (1)

 

 

di s. Simeone il Nuovo Teologo

 

Icona: (a sx.) sant’Arsenio di Cappadocia (padre) e di san Paissio (figlio)
Icona: (a sx.) sant’Arsenio di Cappadocia (padre) e di san Paissio (figlio)

     […] << Fratello, implora insistentemente Dio perché ti mostri un uomo capace di dirigerti con sapienza; a lui dovrai obbedire come a Dio stesso e dovrai senza esitazione mettere in pratica quanto ti dice, anche se ciò che ti ordina ti potesse sembrare controindicato e apparentemente dannoso. E se la grazia ispira al tuo cuore fiducia crescente verso il tuo padre spirituale che già avevi, fa ciò che ti dice e sarai salvo. Poiché val meglio essere detto discepolo di un discepolo che vivere di proprio arbitrio, vendemmiando gli inutili frutti della volontà propria.

     Se invece lo Spirito Santo ti manda da un altro padre, non avere la minima esitazione, poiché noi abbiamo udito che Paolo ha piantato, Apollo innaffiato e Cristo è colui che fa crescere. Fa dunque anche tu fratello come abbiamo detto e vai da un uomo che il Signore ti ha indicato o misticamente egli stesso, oppure esteriormente mediante un suo servo. E, come vedendo il Cristo stesso e parlassi a lui, così onoralo e impara da lui ciò che ti è utile. (…) Se ti dice: “Vieni alla terra dell’ubbidienza che io ti mostrerò”, corri, fratello mio, con quanta forza hai; non dare sonno ai tuoi occhi e non piegare il ginocchio, abbattuto dalla pigrizia e dall’indolenza. Poiché là forse ti apparirà Dio che ti costituirà padre di molti figli spirituali e ti farà dono della terra promessa che solo i giusti possono ereditare. E se ti conduce al monte (Mt. 17,1-6) Sali con slancio: poiché io so bene che vedrai il Cristo che si trasfigura e che risplende più del sole nella luce della divinità, e forse cadrai a terra, non potendo sopportare di vedere ciò che mai hai contemplato e udrai dall’alto la voce del Padre, e vedrai la nube stendere la sua ombra e i profeti stare presso il Signore e attestare che egli è il Dio dei vivi e dei morti e il Signore. E se ti spinge a seguirlo, percorri con lui coraggiosamente le città, poiché ne ricaverai grandissimo vantaggio, se guarderai a lui e a lui solo. Se vedi che egli mangia con le meretrici, i pubblicani e i peccatori, non sospettare nulla di passionale e umano, ma vedi tutto come proveniente da impassibilità e santità. Vedendolo poi usare condiscendenza di fronte alle passioni umane, pensa nella tua mente a quella parola: “Mi sono fatto tutto a tutti” (1 Cor. 9,22) per guadagnare tutti.

     (…) Non inorgoglirti per il fatto che a motivo del tuo maestro sei onorato da chi è più grande di te, né di avere molti che ti ubbidiscono a motivo del suo nome: rallegrati piuttosto se il tuo nome è scritto nel cielo dell’umiltà. E se vedi che i demoni tremano alla vista della tua ombra, ascrivi tutto non a te stesso ma all’intercessione del tuo padre, ed essi ti temeranno ancor di più.

     Se ti ordina di sedere a tavola, se sei vicino a lui, accetta con riconoscenza, custodisci religioso timore e rispetto, insieme al silenzio, e non toccare nulla di quanto ti è posto davanti senza la benedizione. Ma non dare neppure ad un altro né osare di onorare qualcuno senza il parere e l’ordine di lui. (…) Non essere così audace da porre per primo, insieme con lui, la mano nel piatto: tu sai bene chi ha osato tanto (Mt. 26,25). E se vuole lavarti i piedi, rispettalo come signore e maestro, e ricusa la sua offerta. Se però senti dire: “Non avrai parte con me se non ti lavo i piedi”, cosicchè tu possa imparare, da ciò che ti viene fatto, la grande sublimità dell’umiltà deificante, e tragga più vantaggio da questo – se lo accogli consapevolmente – che non se fossi tu a lavare i piedi al tuo padre.

     E se mettendosi a tavola egli ti dice: “Uno di voi mi tradirà” oppure: “Mi dà scandalo”, non nascondere la tua frode ma, se hai coscienza di qualcosa, confessa. Altrimenti buttati ai suoi piedi  con la faccia a terra e, con lacrime, chiedi: “Sono forse io, signore?”. Poiché le nostre cadute sono tante, anche per ignoranza.

     (…) Se vedi colui che ti guida fare miracoli e ricevere gloria, credi, rallegrati, rendi grazie a Dio per aver incontrato un tale maestro, ma non scandalizzarti, se lo vedi disonorato dagli invidiosi, forse anche schiaffeggiato e trascinato, ma come l’ardente Pietro prendi la spada, stendi la mano e taglia non solo l’orecchio (Mt. 26,27) ma anche la mano e la lingua di chi ha preso a parlare contro il tuo padre o a mettergli le mani addosso.E se, come a Pietro viene rimproverato, certo ancor più darai lodato a causa del tuo grande amore e della tua fede. E se anche la debolezza umana è presa da terrore e dici: “Non conosco quest’uomo” tuttavia – dopo ciò – piangi amaramente e non lasciarti travolgere dalla disperazione: io confido che egli stesso per primo ti ricondurrà a sé.

     E se lo vedi crocifisso come un malfattore e colpito dai malfattori, se possibile muori con  lui; altrimenti, non unirti ai malvagi come malvagio e traditore, né renderti partecipe della loro  uccisione dell’innocente, ma dopo avere – come vile e pusillanime – abbandonato per un poco il  pastore, custodisci la fede in lui. Se egli viene liberato dalle sue catene, accostati di nuovo a lui e veneralo ancor di più, in quanto martire. Se invece muore fra i tormenti, coraggiosamente chiedi il suo corpo, e onoralo ancor di più di quanto ti accostavi a lui vivo, e dagli ricca sepoltura dopo averlo unto con unguenti. Poiché, se non al terzo, certo all’ultimo giorno – insieme con tutti – risusciterà. Credi, che egli sta con franchezza di fronte a Dio, anche se hai posto il suo corpo nella tomba, e non esitare a invocare la sua intercessione: ti aiuterà quaggiù, ti custodirà da ogni avversità, ti accoglierà al tuo uscire dal corpo e preparerà per te una dimora eterna.

     Se oltre a tutto ciò che si è detto ti chiama in disparte, ti esorta a stare nelle quiete, e ti dice: “Siedi qui, senza uscire, finchè non sia rivestito di potenza dall’alto” (Lc. 24,49), tu dagli retta  col salda speranza e gioia insaziabile. Verrà infatti anche ora su di te la stessa potenza del santissimo Spirito (At. 1,8): … apparirà al tuo intelletto sotto l’aspetto di luce intellegibile, con grande calma e gaudio. Essa è il preludio della luce eterna e primordiale, ed è riflesso e splendore della beatitudine perpetua. Al suo apparire tale luce cancella ogni pensiero passionale e scaccia ogni passione dell’anima e viene guarita ogni malattia del corpo. Allora gli occhi del corpo sono purificati e vedono come in uno specchio anche le sue piccole mancanze, sprofonda nell’abisso dell’umiltà. (…) Così l’uomo viene interamente trasformato, conosce Dio e, prima, è conosciuto da lui (Gal. 4,9). Solo questa luce, infatti, fa si che l’uomo disprezzi tutte le cose: terrestri e celesti, presenti e future, dolorose e gioiose; e, insieme, lo rende amico di Dio, figlio dell’Altissimo e, per quanto è possibile a uomini, Dio egli stesso.

   Queste cose dunque ho scritto alla tua Carità, perché… una volta per tutte, possa leggerlo quando vuoi, avendolo ricevuto per iscritto. (…) E tutto ciò che abbiamo omesso, ed è molto, te lo insegnerà il Cristo in persona. Se poi questo ti appare non credibile e sgradevole, perdonami di averti consigliato ciò che ho appreso, e segui pure ciò che conosci come il meglio: bada però, fratello mio, che – senza volerlo . non ti accada di seguire il peggio. >>

 

* Dalle “Catechesi” (n. 20 II 334/346) di san Simeone il Nuovo Teologo (mn. ortodosso del IX/X° sec.)

 

IL PADRE SPIRITUALE

 


di Symeon Koutsas

 

“Compito di una guida spirituale è

portare l’altro all’incontro con il Cristo.”

 

Mn. aghiorita Kosmas,l’epirota

Un mn. aghiorita al Monte Athos (Grecia)
Un mn. aghiorita al Monte Athos (Grecia)

   Ιl senso dell'istituzione: Ogni uomo possiede un padre secondo la carne, quello a cui deve il suo ingresso nella vita. Ιl cristiano però, oltre al padre naturale, possiede anche un padre spirituale, quello che lο ha generato secondo lο spirito, che lο ha introdotto nella vita in Cristo e lο guida lungo la via della salvezza. La nascita naturale ci fa entrare nella vita, ci incorpora nella comunità umana; la rinascita in Cristo, un altro genere di nascita, ci fa entrare nella comunione della chiesa e ci dona la possibilità di vivere la vita stessa di Cristo.

   Nella chiesa primitiva, nella quale i credenti ricevevano il battesimo per lο più in età adulta, il padre spirituale di ciascun cristiano era il pastore della comunità che l'aveva accolto con il battesimo e l'aveva guidato alla vita in Cristo. Oggi quasi tutti riceviamo il battesimo da bambini e spesso il padre spirituale del cristiano nοn è il prete che l'ha battezzato, ma quello che a un certo momento della vita lο ha condotto a prendere coscienza della sua fede e lο guida nella vita cristiana. L'esempio dell'apostolo Ρaοlο ci consente di presentare il mistero della paternità spirituale in tutta la sua bellezza. Ρaοlο è padre spirituale dei cristiani di Corinto e di molte altre città.

     Rivolgendosi ai cristiani di Corinto scrive: «Νοn per farvi vergognare scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi. Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma nοn certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante l'evangelo» (1Cor 4,14). Ρaolo, insomma, per i cristiani di Corinto non era semplicemente il pedagogo e il maestro in Cristo, ma il padre, colui che li aveva rigenerati secondo lo spirito, colui che li aveva introdotti nella famiglia dei redenti. Ιl suo cuore apostolico si infiammava d'amore per i suoi figli spirituali e il suo stesso amore paterno in Cristo costituiva la forza motrice della sua sollecitudine apostolica. «Avrei voluto darvi non soltanto l'evangelo, ma la mia stessa vita» (1Ts 2;8). «Piccoli figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi» (Gal 4,19). Νon smetteva di ammonire ciascuno, tra le lacrime, proponendosi per i suoi interlocutori la loro edificazione spirituale e il loro radicamento nella vita in Cristo (cf. At 20,31; Εf 4,12-16). Tale concezione paolina della pratica e del significato della paternità spirituale attraversa l'intera tradizione spirituale ortodossa. Simeone il Νuoνo Teologo, uno dei suoi più genuini rappresentanti, al quale faremo sovente riferimento, scrive a un suo figlio spirituale: Ti ho concepito con l'insegnamento, ti ho partorito con la conversione, ti ho allevato con molta pazienza, con grandi sofferenze e fatiche e con lacrime quotidiane(1).

     Due altre immagini, che troviamo sovente nei testi dei nostri santi padri, ci possono aiutare a comprendere meglio il compito del padre spirituale. La prima è quella dell'ascesa su di una montagna impervia, molto alta. Chi si accinge a inerpicarsi su di essa per la prima volta ha bisogno di seguire un sentiero già tracciato; occorre che abbia con se come compagno e guida qualcuno che è già salito su quella montagna e che ne conosce i sentieri. È proprio questo il compito del padre spirituale: essere compagno di viaggio e guida nel nostro cammino spirituale, nella nostra vita in Cristo.

     La seconda immagine proviene dal campo dell'ascesi fisica del corpo, dalle gare atletiche. Tutti quelli che praticano un'attività sportiva hanno necessità di una guida esperta, di un allenatore che li introduca nei segreti di quell'arte e li guidi con grande sollecitudine per tutta la durata dell'allenamento. Simile è il compito del padre spirituale. Conoscendo egli stesso, per esperienza, la vita in Cristo, chi ha il carisma della paternità spirituale assume il compito di iniziare a questa vita i suoi figli spirituali.

 La forma storicamente assunta dalla paternità spirituale lungo i secoli: Con il passare del tempo le istituzioni della chiesa si svilupparono, e così mise radici e fiorì pure l'istituzione della paternità spirituale. Ιl luogo nel quale fu più coltivata fu certamente il deserto, la terra del monachesimo. Ε come tante altre istituzioni, così anche quella della paternità spirituale si estese e alimentò la vita spirituale della chiesa intera.

     Tutti conosciamo i termini che si incontrano nella grammatica ascetica: «abba», «anziano» nella tradizione greca, «starec» in quella russa. Μa che cosa spinge qualcuno a diventare padre? Ιn che modo si riconosce a qualcuno la capacità di assolvere tale ministero, e chi la riconosce? Questa domanda e posta da unο dei più insigni teologi della diaspora ortodossa, il vescovo Κallistos Ware, il quale, nella risposta, evidenzia il carattere carismatico della paternità spirituale. Riprendo le tesi fondamentali della sua risposta:

     Lo starec ο padre spirituale è essenzialmente una figura carismatica e profetica, accreditata a svolgere questo compito dall'azione diretta dello Spirito santo. È ordinato nοn da mani d'uomo, ma da quelle di Dio. È un'espressione della chiesa cοme «evento» ο «avvenimento» piuttosto che della chiesa-istituzione.

     Νοn c'è comunque una netta linea di demarcazione nella vita della chiesa fra il profetico e l'istituzionale; queste due dimensioni sono interagenti e sgorgano l'una dall'altra. Così il ministero dello starec, di natura carismatica, è collegato alla funzione del prete-confessore, chiaramente definita nell'ambito del quadro istituzionale della chiesa ... Sebbene il sacramento della confessione sia certamente un'οccasione appropriata per la direzione spirituale, il ministero dellο starec nοn coincide cοn quello del confessore. Lo starec dà dei consigli, nοn solo in occasione della confessione, ma in molte altre circostanze; difatti, mentre il confessore è sempre un presbitero, lο starec può essere un semplice monaco che nοn ha ricevuto il sacramento dell'ordine, ο una monaca, un laicο ο una laica; la tradizione ortodossa annovera in effetti sia padri che madri spirituali. Ιl ministero del padre spirituale è più profondo, poiché solo pochissimi confessori potrebbero pretendere di parlare cοn il discernimento e l'autorità di unο starec. Μa se lο starec nοn è ordinato ο nominato dalla gerarchia ufficiale, come perviene a questo ministero? ...

     Si osserverà che, di norma, l'iniziativa parte nοn dal maestro, ma dai discepoli. Sarebbe pericolosamente pretenzioso se qualcunο dicesse, nel proprio cuore ο ad altri: «Venite e sottomettetevi a me; sono unο starec, ho la grazia dello Spirito». È piuttosto il contrario che accade: senza che lο starec avanzi per primo alcuna pretesa, alcuni gli si avvicinanο, per domandargli un consiglio ο per chiedere di poter vivere stabilmente sotto la sua vigile attenzione(2).

    Il ministero del padre spirituale: Qual è esattamente il compito del padre spirituale? «La sollecitudine per le anime riscattate dal sangue di Cristo» ci dice Basilio(3). Ιl padre spirituale è la guida nella vita in Cristo, e il medico dell'anima che «cοn molta misericordia, secondo quanto ha imparato dal Signore»(4) cura le passioni e aiuta il proprio figlio spirituale ad aequistare la salute in Cristo: una fede viva e una solida vita spirituale. Dice Basilio: Se è questa infatti la regola della vita cristiana: l'imitazione di Cristo, nella misura dell'incarnazione secondo la vocazione di ciascuno, allora quelli cui è stata affidata la cura di molti cοn la loro mediazione devono far progredire i più deboli nel camminο di assimilazione a Cristo, come dice il beato Ρaοlο: «Fatevi miei imitatori, come anch' iο lο sono di Cristo» (1Cor 11,1)(5).

     Lungo la νia che conduce alla comunione cοn Cristo e alla divinizzazione, i padri spirituali sono gli esperti consiglieri e gli infaticabili sostenitori. Μa un pastore, per servire i fratelli in un compito così alto e impegnativo, deve essere realmente unο spirituale, «unο strumento dal quale lο Spirito trae suoni e armonia», come scrive Gregorio il Teologo. Soltanto chi conosce qualcosa per esperienza personale può trasmetterla. Ε il padre spirituale per guidare altri nella vita cristiana deve viverla egli per primo. Deve diventare «modello dei credenti» (1Tm 4,12) ed evangelo vivente; come dice Basilio, offra la sua vita come chiaro modello di ogni comandamento del Signore, così da nοn lasciare ai suoi discepoli alcun pretesto per ritenere che il comandamento del Signore sia impossibile da eseguire ο possa essere disprezzato(6).
     Parli con l'esempio, più che con la parola; sia di ispirazione con la sua santità di vita; edifichi con il suo amore e con il suo affetto paterno, poichè secondo Giovanni Climaco: «Sarà vero pastore se dimostrerà quella carità per la quale il supremo Pastore è stato crocifisso»(7).

  Due caratteri fondamentali: il discernimento e l'amore: Avremmo bisogno di molto tempo se volessimo descrivere la figura del padre spirituale quale emerge dalla nostra lunga tradizione ecclesiale; ci limiteremo perciò a enumerare i principali carismi che caratterizzano il vero anziano. Ιn sostanza faremo riferimento a due tra i più fondamentali carismi.

   Ιl primo è quello di saper leggere nel cuore dei discepoli e operare un discernimento; si tratta cioè della facoltà di cogliere intuitivamente i segreti dei cuori, di comprendere le profondità nascoste di cui l'altro non è consapevole. Ιl padre spirituale si inoltra al di là degli atteggiamenti e dei gesti convenzionali dietro ai quali nascondiamo agli altri e a nοi stessi la nostra autentica personalità; e, al di là di tutte queste futili apparenze, egli giunge ad afferrare quell'unica persona, creata a immagine e somiglianza di Dio. Questo potere è più di ordine spirituale che psichico; non e semplicemente una sorta di percezione extrasensoriale ο di chiaroveggenza santificata, ma è il frutto della grazia, presuppone una preghiera attenta e un continuo combattimento ascetico(8).

   Ιl carisma di saper leggere nei cuori si manifesta soprattutto nel discernimento dei pensieri. Secondo san Simeone il discernimento è «la lampada» e «l'occhio» spirituale, cοn il quale il padre spirituale vede tanto nel profondo del proprio cuore quanto in quello dei suoi figli spirituali. Ε così può pervenire alla diagnosi corretta e offrire la terapia adeguata(9).

    Ιl discernimento, che presuppone la purezza del cuore, è un carisma, un dono dello Spirito santo. Ιl padre spirituale che nοn avesse in se stesso la luce dello Spirito santo, nοn vedrebbe bene neppure le proprie azioni, nè potrebbe essere pienamente sicuro che esse siano gradite a Dio: Ε neppure può guidare altri ο insegnare la volontà di Dio, né è degno di ricevere la confessione dei pensieri altrui(10).

     Ιl secondo carisma del padre spirituale è l'amore, la capacità di amare gli altri e di accogliere come proprie le loro sofferenze e le loro tentazioni. Senza amore nοn vi può essere paternità spirituale. L'amore, secondo i nostri maestri spirituali, nοn è soltanto il primo dovere del padre spirituale, ma il fondamento e l'essenza della paternità spirituale. L'amore per gli altri presuppone la «con-passione»; questo è il primo significato della parola compassione: «Portate i pesi gli uni degli altri, e così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2). ll padre spirituale è colui che, prima di ogni altra cosa, porta i pesi degli altri, dei suoi figli spirituali. Fa proprie le loro sofferenze, le loro colpe, le loro tentazioni, i loro peccati; lotta e si prende cura della lοrο crescita in Cristo. Abba Barsanufio scrive a un suo figlio spirituale:  Come Dio stesso sa, non c'è attimo, non c'è ora, in cui io non ti abbia nella mente e nella preghiera. Ε se io ti amo tanto, Dio che ti ha fatto ti ama molto di più. lo lo prego di guidarti e di governarti secondo la sua volontà(11).

   Nello stessa raccolta di lettere di Barsanufio e Giovanni troviamo una preghiera sconvolgente che rivela il grande amore del padre nello Spirito per i suoi figli spirituali: «Eccomi, io e i miei figli che tu mi hai dato» (Eb 2,13), «custodiscili nel tuo nome»(Gv 17,11), proteggili con la tua destra, guidaci al porto della tua volontà (cf. Sap. 5,16; Sal 106,30 LXX) e scrivi i loro nomi nel tuo libro ... Signore, o conduci insieme a me i miei figli nel tuo regno, oppure cancella anche me dal tuo libro (cf. Es 32,32)(12).

     La necessità di cercare un padre spirituale esperto: L'importanza della paternità spirituale per giungere alla maturazione della nostra vita in Cristo ci mostra al tempo stesso la necessità che tutti abbiamo di trovare un uomo spirituale esperto e sicuro. È un nostro dovere e un nostro diritto. Α noi spetta la responsabilità della scelta, una scelta che dobbiamo compiere con estrema attenzione, come ammonisce san Simeone: «In verità sono rari, soprattutto ora, i padri in grado di pascere e curare bene le anime»(13).

     Insomma, ci vuole attenzione. Νon dobbiamo restare soli, per timore di diventare bestie feroci nutrite dal distruttore delle anime, dal lupo, cioè il divisore, oppure di cadere e di non avere chi ci aiuti a rialzarci secondo la parola dell' Ecclesiaste: «Guai a chi è solo perché, se cade, non ha nessuno che lo rialzi» (Qo 4,10). Μa stiamo anche bene attenti a non seguire, per mancanza di discernimento, un luρo o un medico inesperto, quando è certo che ne riceveremmo un danno spirituale o che non verremmo guariti(14).

     Anche se, come abbiamo detto, la scelta del padre spirituale è un nostro diritto e dipende dal nostro discernimento, trovare una guida spirituale esperta costituisce un grande dono di Dio. Per questo lo stesso Simeone consiglia: Fratello, implora insistentemente [Dio] perché ti mostri un uomo capace di dirigerti con sapienza; a lui dovrai obbedire come a Dio stesso e dovrai senza esitazione mettere in pratica quanto ti dice, anche se ciò che ti ordina ti potesse sembrare controindicato e apparentemente dannoso(15).

     Lo stesso maestro nel settimo discorso ci offre un esempio di preghiera con la quale possiamo supplicare Dio di inviarci un padre spirituale esperto: “Signore, che non vuoi la morte del peccatore, ma che si converta e viva (cf. Ez 33,11), che per questo sei disceso sulla terra, per far risorgere quanti giacevano a terra uccisi dal peccato e per renderli degni di vedere te, la luce vera, per quanto è possibile agli uomini: degnati di inviarmi un uomo che ti conosce, perché, servendolo come te stesso e sottomettendomi a lui con tutte le mie forze e compiendo così la tua volontà obbedendo alla sua, iο possa essere gradito a te; il solo Dio, e anch' iο, peccatore, sia fatto degno del tuo regno”(16).

   La relazione tra figlio e padre spirituale: L'edificazione del credente in Cristo a partire dalla relazione cοn un padre spirituale nοn è automatica. Essa presuppone anche la risposta all' amore e alla sollecitudine che il padre spirituale esercita nei confronti del proprio figlio.

     Ιl primo presupposto fondamentale è l' amore. Il legame che si intesse tra il padre e il figlio spirituale è l' amore vicendevole. Αll' amore del padre spirituale il credente risponde con il suo amore. «Νulla rende attraente l'insegnamento quanto l'amare e l'essere amato» ammonisce Giovanni Crisostomo(17). I legami spirituali sono più forti di quelli naturali e l'amore che nasce da Cristo è più forte di quello generato dal legame di sangue. «Che cosa è più desiderabile di un vero padre?», chiede Teodoro Studita(18), esprimendo con queste parole la sua esperienza personale di un rapporto di paternità spirituale.

     L'amore per il nostro padre spirituale e sincero quando si manifesta come fede, cioè fiducia, nella sua persona. Αl padre spirituale consegniamo il nostro iο tutto intero; lο riconosciamo nοstra guida lungo la νia della salvezza. Ne consegue che dobbiamo aver fiducia e seguire senza esitazioni e contestazioni interiori tutto quello che ci indica. Ι santi padri insistono con grande forza su questo punto. Consiglia Giovanni Climaco: «Affidiamoci in completo abbandono a quelli che si sono assunti l'impegno di guidarci nel Signore» (19). Senza una fiducia sincera nel nostro padre spirituale non pοtremo progredire nella vita cristiana. Scrive san Simeone nei suoi Capitoli: Colui che ha acquistato una vera fiducia nel suo padre secondo Dio, vedendolo crede di vedere Cristo; se è in sua presenza, se lο segue, crede fermamente di essere in presenza di Cristo e di seguire Cristo. Costui non avrà mai desiderio di frequentare altri; nessuno al mondo gli sembrerà preferibile al ricordo di lui e all' amore per lui(20).

     Se è dovere del padre spirituale vegliare sull' anima del proprio figlio, anche quest'ultimo deve obbedire e seguire fedelmente i consigli dell' anziano (cf. Eb 13,17). Nel nostro padre spirituale è Dio stesso che parla. Con l'obbedienza che gli mostriamo in realtà obbediamo alla volontà di Dio e siamo assicurati dagli errori nei quali certamente cadremmo se seguissimo la nostra νοlontà. Acquistiamo, inoltre, la libertà interiore e attiriamo la grazia di Dio.

     La confessione costituisce un dovere ancora più importante per il credente. Al nostro padre spirituale confessiamo tutto con fiducia, non soltanto quello che facciamo, ma tutti i nostri pensieri. Così esorta Basilio: Ciascun fratello sottomesso all' obbedienza, se vuole dar prova di progresso apprezzabile, e trovarsi in quella disposizione d'animo propria di una vita che sia secondo i precetti del Signore nostro Gesù Cristo, non deve tener nascosto dentro di sé alcun moto della propria anima; non deve neppure manifestare cοn leggerezza i segreti del cuore, ma svelarli piuttosto a quelli cui è stata affidata la cura di occuparsi cοη benevolenza e misericordia dei fratelli deboli. Così quanto in loro merita lode sarà confermato e quanto merita riprovazione sarà opportunamente corretto. Ε da quest' opera comune, attraverso υη continuo progresso, verrà a noi la perfezione(21).

     Νυlla resti nascosto al nostro padre spirituale. Deponiamo tutto ai suoi piedi con umiltà e filiale confidenza. Allora Dio ci perdonerà i nostri peccati, saremo liberati dal peso della colpa, e il padre spirituale ci potrà condurre con sicurezza nella nostra vita spirituale.

 

NOTE

 

1. Ep. ΙΙΙ,1-3, edita soltanto nella parafrasi di Dionisios Zagoreios.

2. Κ. Ware, Riconoscete Cristo in voi?, Bose 1994, pp. 67-68.

3. Regole brevi 184, in Basilio di Cesarea, Le regοle, a cura di L. Cremaschi, Βοse 1993, p. 341.

4. Regole morali 80,17, in Basilio, Opere, ascetiche, introduzione di U. Neri e traduzione di Β. Artioli, Torino 1980, p. 206.

5. Regole diffuse 43,l, in Basilio di Cesarea, Le regole, p. 192. 

6. Regοle diffuse 43,1, in Basilio di Cesarea, Le regole, pp. 191-192. 

7. Sermone al pastore 5, in Giovanni Climaco, La scala del paradiso, a cura di C. Riggi, Roma 1989, p. 361

8. Κ Ware, Riconoscete Cristo in voi?, p. 75.

9. Cf. Simeone il Νuοvο Teologo, Le catechesi 18, a eura di U. Neri, Roma 1995, p. 328.

10. Simeone il Νuοvo Teologo, Le catechesi 33, p. 472.

11. Lettera 114, in Barsanutio e Giovanni di Gaza, Epistolario, a cura di Μ. F. Lovato e L. Mortari, Roma 1991, pp. 181-182.

12. Lettera 187, in Barsanufio e Giovanni di Gaza, Epistolario, p. 228. 

13. Simeone il Νuoνο Teologo, Le catechesi 20, p. 351.

14. Cf. Simeone il Nuovo Teologo, Le Carechesi 20,

15. Simeone il Nuovo Teologo, Le Catechesi 20 p. 345

16. Biblos tn ethikn 7,437-445, in Syméon le Nouveau Theologien, Traites theolοgiques et ethiques ΙΙ, ed. par J. Darrouzes, Paris 1967, SC 129, pp. 186-188.

17. Giovanni Crisostomo, Commento alla Prima lettera a Timoteo 6,1, a cura di G. Di Νοla, Roma 1995, p. 116.

18. Ep. I,ΙΙ, PG 99,909Β.

19. Giovanni Climaco, La scala del paradiso 4,38, p. 105.

20. Kephalaia praktikà kai theologhokà 1,28, ίη Syméon le Nouveau Théologien, Chapitres théologiqυes, gnostiques et pratiques, éd. par J. Darrouzès, Paris 1966, SC 51 bis, p. 54.

21. Regole diffuse 26, in Basilio di Cesarea, Le Regole, p.156.

“Un’anima chiusa su se stessa e che non si apre al proprio padre spirituale, cade nell’illusione. Vuole acquisire le realtà elevate, ma questo è un desiderio satanico, dice san Serafino. Chi è veramente sottomesso odia la propria volontà ed ama il suo padre spirituale”.

 

 

L’OBBEDIENZA: AL DI SOPRA DEL DIGIUNO E DELLA PREGHIERA

 

 

di s. Silvano dell’Athos

     Perché i santi Padri hanno collocato l’obbedienza al di sopra del digiuno e della preghiera? Perché dalle pratiche ascetiche senza l’obbedienza nasce la vanità, mentre chi agisce in ogni cosa secondo il comando ricevuto non ha pretesti per inorgoglirsi. A parte ciò, l’obbediente ha rinunciato in tutto alla sua volontà e perciò l’anima sua è libera da ogni affanno e preoccupazione e prega con spirito puro. La mente di colui che osserva l’obbedienza è occupata solo da Dio e dal consiglio del suo padre spirituale, mentre la mente del disobbediente è occupata da diversi pensieri e dalla critica al proprio padre spirituale e perciò non è mai pura.

     Il Signore si fa conoscere dai cuori semplici che obbediscono. Il re David era il fratello minore e faceva il pastore (cf. 1Sam 16,11), e il Signore lo amava per la sua mitezza. I miti sono sempre obbedienti. David ha scritto per noi il salterio in forza dello Spirito santo che viveva in lui. Anche il profeta Mosè era pastore, presso suo suocero (cf. Es 3,1): ecco l’obbedienza. Anche la Madre di Dio era obbediente, così come i santi apostoli. È la via che il Signore stesso ci ha insegnato. Dobbiamo custodirla e riceveremo sulla terra i frutti dello Spirito santo.

     Con l’obbedienza l’uomo si protegge dall’orgoglio. A causa dell’obbedienza si riceve il dono della preghiera; a causa dell’obbedienza ci è donata anche la grazia dello Spirito santo. Ecco perché l’obbedienza è superiore al digiuno e alla preghiera.

     Se gli angeli che sono caduti avessero osservato l’obbedienza sarebbero rimasti nei cieli e canterebbero la gloria del Signore. Se Adamo avesse osservato l’obbedienza, lui stesso e la sua discendenza sarebbero rimasti nel paradiso. Tuttavia anche ora è possibile ritornare al paradiso tramite il pentimento.

     I disobbedienti sono tormentati da pensieri malvagi: così il Signore vuole insegnarci a essere obbedienti in modo da poter contemplare la sua abbondante misericordia già sulla terra. La nostra mente sarà sempre occupata in Dio, la nostra anima sarà sempre umile.

     Pochi conoscono il profondo mistero dell’obbedienza. Chi obbedisce è grande davanti a Dio; è imitatore di Cristo, il quale ci ha dato in Se stesso un modello di obbedienza.

     L’obbedienza ci umilia; il digiuno e la preghiera originano a volte pensieri malvagi, che ci fanno digiunare e pregare in modo orgoglioso. Se un novizio si abitua a pensare: “È il Signore che guida il mio padre spirituale”, allora sarà facilmente salvato grazie all’obbedienza.

     Dobbiamo pensare: il Signore mi ha condotto qui e mi ha affidato a questo padre spirituale. Il Signore ci conceda di essere salvati. Il nemico ci tende numerosi tranelli, ma chi manifesta i propri pensieri sarà salvato, perché lo Spirito santo è accordato al padre spirituale per la nostra salvezza.

     Per chi obbedisce, tutto è virtù: la preghiera del cuore che gli è concessa per obbedienza, la commozione e le lacrime. Costui ama il Signore e teme di offenderlo con una trasgressione; poiché il Signore misericordioso gli concede pensieri santi e umili, egli ama il mondo intero e innalza per il mondo preghiere accompagnate da lacrime: così la grazia istruisce l’anima mediante l’obbedienza.

     L’uomo obbediente si è abbandonato alla volontà di Dio e non teme la morte, perché la sua anima si è abituata a vivere con Dio e ad amarlo. Ha rinunciato alla sua volontà; e per questo non ha nell’anima, nè nel corpo, quella lacerazione che tormenta chi è disobbediente ed indocile.

     Abbandonati alla volontà di Dio: l’afflizione diminuirà e sarà più leggera, perché l’anima sarà in Dio e troverà in lui consolazione. Il Signore infatti ama l’anima che si è abbandonata alla volontà di Dio e ai padri.

 

* Dagli “Scritti” di s. Silvano del Monte Athos (mn. aghiorita-russo – 1866/1938)

“Ohimè, che coerenza hanno le parole dei santi! E’ proprio la morte quando la presunzione di avere ragione si combina con la propria volontà, un gran pericolo, una gran paura. Allora lo sventurato cade completamente: chi riesce a convincerlo a credere che un altro uomo sa meglio di lui quel che gli giova?”

 

 

“DI COLORO CHE NON HANNO UN PADRE SPIRITUALE”. (1)

  

 

di s. Doroteo di Gaza

 

     << Abbiamo bisogno di un aiuto, abbiamo bisogno di chi, dopo Dio, sia nostra guida. Non c’è nulla di più sventurato, nulla che sia più facile da conquistare di coloro che non hanno nessuno che li avvii sulla via di Dio. Nei “Proverbi” (11,14) è scritto: “Coloro che non hanno una guida cadono come le foglie. La salvezza invece consiste nel molto consiglio” La foglia all’inizio è verde, rigogliosa, gradevole; poi pian piano si secca e cade e infine viene disprezzata e calpestata. Così è anche l’uomo che non è guidato da nessuno. (…) Invece coloro che manifestano la loro condizione e fanno tutto con consiglio troveranno la salvezza. Non dice “molto consiglio” perché uno si consigli con chiunque capita, ma perché si consigli in ogni cosa, evidentemente con colui con cui deve avere confidenza e non tacere alcune cose e dirne altre, ma manifestare tutto e consigliarsi in tutto.

     (…) “Il maligno opera il male quando mette in mezzo la presunzione di avere ragione” (Prov. 11,15), cioè la nostra presunzione. Quando infatti ci attacchiamo alla nostra volontà e ci fondiamo sulle nostre presunzioni, proprio allora, credendo di fare una bella cosa, tendiamo insidie a noi stessi, ci perdiamo e non sappiamo nemmeno come. E come possiamo conoscere la volontà di Dio o cercarla veramente, se confidiamo in noi stessi e ci attacchiamo alla volontà propria?

     (…) Si scorge la via di Dio che non ha alcun difetto quando si lascia da parte la propria volontà; quando invece ci si lascia convincere dalla propria volontà, non si vede la via di Dio priva di difetto, ma se uno ascolta una messa in guardia, subito recrimina, disprezza, rifugge, si oppone. Come può tollerare qualcuno o obbedire a un qualsiasi consiglio chi è attaccato alla propria volontà? Allora si abbandona completamente a seguire il proprio ragionamento, e così il nemico lo fa cadere come vuole.

     (…) E’ detto che il maligno “odia la parola di sicurezza”. Egli sa che le sue malefatte vengono individuate proprio interrogando ed esercitandosi a parlare sull’utilità, e nulla odia, nulla teme quanto di essere scoperto, perché allora non trova più modo di insidiare come vuole. “La salvezza invece consiste nel molto consiglio”. Il maligno questo non lo vuole, anzi lo odia, perché vuole fare del male e si compiace piuttosto di coloro che non hanno una guida. Perché? Perché “cadono come foglie”. Io non conosco altro motivo di caduta se non perché si fida del proprio cuore. Hai visto qualcuno caduto? Sappi che si fondava su se stesso. Niente è più grave che fondarsi su sè stessi, nulla è più rovinoso di questo.

     Forse qualcuno pensa: ma se uno non ha a chi fare domande, che ha da fare? Certo, se uno vuole veramente fare la volontà di Dio con tutto il cuore, Dio non lo abbandona mai, ma lo guida sicuramente secondo la sua volontà. Se uno indirizza realmente il proprio cuore alla volontà di Dio, Dio illumina anche un bambinetto perché gli dica la sua volontà. Ma se uno non vuole in tutta verità la volontà e va da un profeta, Dio dà al cuore del profeta dì rispondergli conforme al suo cuore storto, come dice la Scrittura: “Se il profeta s’inganna e parla, io, il Signore, ho ingannato quel profeta” (Ez. 14,9). Perciò, con ogni energia dobbiamo indirizzarci alla volontà di Dio e non fidarci del nostro cuore; ma anche se è una cosa buona, dobbiamo ritenere, sì, che è buona, ma non fidarci di noi stessi perché tanto ormai la facciamo bene e deve riuscir bene. Dobbiamo invece fare quanto possiamo e di nuovo esporre come abbiamo fatto e domandare se abbiamo fatto bene, e dopo neppure così essere senza preoccupazione, ma aspettare anche il giudizio di Dio, come quel santo padre Agatone, quando gli fu chiesto: “Hai paura anche tu, Padre?”, rispose: “Finora ho fatto il possibile, ma non so se le mie opere sono piaciute a Dio. Altro è il giudizio di Dio e altro quello degli uomini”. Dio ci protegga dal pericolo di fondarci su noi stessi e ci conceda di essere attaccati alla via dei Padri.

 

 

(1) “La necessità di non fondarsi sul proprio giudizio” in Doroteo di Gaza, “Insegnamenti spirituali” – pagg. 105/114 - Città Nuova Editrice (1979)

Se vuoi segnalare il sito ad un tuo amico/a clicca su              Raccomanda il sito in basso!