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Mir se na erthètit

 

A MAKIJ

 

La mia bella Makij, senza Giudice, senza Sindaco, senza Gentarmi, ov’era nato libero eschivo d’imperio”.

                                                                                 

                                                                        Jeronim Radanjvet

(poeta arbëreshë – 1814/1903)

 

Piazza Piano d'Arta a Makij (2011)

 

FILOCALIA – L’AMORE DELLA BELLEZZA

 

 

Il padre Poemen disse: «Un uomo che insegna, e non fa ciò che insegna, assomiglia a una sorgente: abbevera e lava tutti, ma non può purificare se stessa.

s. Poemen
                 (monaco ortodosso - “professore del deserto”  – IV/V sec.)

 

RIFLESSIONI

 

      

SULLA CONOSCENZA

“Quando più uno crederà di aver progredito nella conoscenza,

tanto più sentirà la propria ignoranza”.


                                                                      s. Basilio il Grande
                                                           (vescovo ortodosso – IV° sec.  )

 

PELLEGRINAGGIO A MONTE ATHOS (1)

di Bouris Stilianos

In cima al Monte Athos

     Tutti quelli che hanno avuto la fortuna di frequentare i monasteri dell’Athos, anche per un periodo di tempo molto breve, pregare e vivere con i  monaci sanno molto bene quale guadagno spirituale hanno ricevuto e ringraziano Dio per questo grandissimo dono.
     Nella Montagna Sacra del cristianesimo  circa 2000 monaci vivono isolati dal mondo e dalle sue passioni in una stretta e lunga penisola nel mar Egeo. Si entra solo per mare ed è un luogo interdetto alle donne, ma è dedicato alla Vergine Tutta-santa, a Maria. È un luogo sotto la protezione della Vergine perché, secondo la tradizione, quando la Vergine e San Giovanni vi trovarono rifugio in una tempesta del mare circostante, Maria la chiesto a Cristo questo luogo per riservarlo a coloro che coltivano lo spirito e per questo è chiamato il giardino della Tutta-santa.
     È un luogo dove ancora vi sono monaci che vivono in grotte isolate, altri su luoghi inaccessibili a strapiombo sul mare e di tanto in tanto vengono riforniti di cibo dal basso con una cesta. È un luogo dove il pellegrino vive in un’atmosfera colma di preghiere, di canti e rinunzie, ma con l’animo gioioso perché si trovi a contatto con Dio. Tutto traspira Dio, tutto parla di Dio, che si rivela al visitatore infondendo nel suo cuore pace e gioia. È un luogo dove il silenzio urla dentro di te e dove alla fine ti trovi di fronte al tuo essere interiore. Un esperienza che spaventa la maggioranza delle persone che non resistono a una permanenza prolungata. Il pellegrino deve recarsi bisogna andarci con l’animo aperto alla meditazione.
     Nell’Athos tutto è volto alla ricerca di Dio, al percorrere un cammino spirituale che conduce a Dio. Il monaco cerca la somiglianza con il suo Creatore  per essere trasfigurato da Lui raggiungendo la theosis. In un continuo compatimento spirituale percorre la “Scala del Paradiso”, descritta da San Giovanni Climaco (sec. VII), combattendo le proprie passioni e l’uomo vecchio per rinascere in Cristo. L’Athos è il luogo simbolo del monachesimo, è un luogo che si trova sulla terra ma tende al cielo. E’ una palestra spirituale, una scala che porta al Paradiso, è una anticipazione della nuova Gerusalemme, Regno di Dio.

(1) Tratto dal sito: www.ortodoxia.it

 

SUL MALE, SUL GIUDIZIO FUTURO E CATECHESI (1)

di s. Gregorio di Nissa (2)

Affresco di san Gregorio di Nissa [Sacro Monastero Ortodosso delle Meteore – Grecia]

1. Sul male

    Se la vita umana ora è immersa in una assurda condizione, questo non costituisce la prova sufficiente del fatto che l’uomo non abbia mai goduto cose buone. Poiché, infatti, opera di Dio è l’uomo, e Dio ha portato alla nascita quest’essere vivente grazie alla sua bontà, non sarebbe logico accusare colui che ebbe come motivo della nostra creazione solamente la sua bontà, il nostro creatore, se ci si trova sommersi nei mali. Ma se ora ci troviamo in queste condizioni e se siamo stati spogliati delle cose più preziose, la causa è un’altra (…) Colui, infatti, che ha creato l’uomo perché partecipasse ai suoi beni e ha posto entro la sua natura l’istinto verso tutte le cose buone, in modo che in ogni occasione il suo impulso si volgesse verso quello che gli è simile, non avrebbe privato l’uomo del più bello e del più prezioso dei beni, intendo dire della grazia del non essere soggetto ad alcun signore e di avere un libero arbitrio.    
     […] Nessun male ha avuto origine dalla volontà di Dio altrimenti la malvagità sarebbe immune da ogni biasimo, se potesse iscrivere tra le sue prerogative Dio come suo creatore e suo padre. Invece il male nasce, in certo qual modo, dal di dentro, e si forma mediante il libero arbitrio, allorquando l’anima si stacca dal bello. Allo stesso modo, la vista è un’attività della natura, mentre la cecità è la privazione di quella attività naturale; analoga è l’opposizione della virtù al vizio, perché non è possibile concepire altra origine del male che non sia l’assenza della virtù. (3) Infatti, come al cessar della luce subentrano le tenebre, mentre quando c’è la luce le tenebre non ci sono, così finché c’è il bene nella natura, la malvagità non sussiste di per sé ed il venir meno dell’elemento migliore produce la nascita del suo contrario. Dunque, siccome questa è la peculiarità del libero arbitrio, vale a dire lo scegliere a proprio piacimento quello che gli aggrada, non è Dio il colpevole dei mali presenti (ché Dio ha creato la tua natura libera e indipendente), bensì la nostra stoltezza, che sceglie il peggio invece del meglio.
     […] E nessuno ci domandi perché Dio si decise a creare l’uomo pur prevedendo la sciagura che gli sarebbe capitata in conseguenza della sua stoltezza, mentre sarebbe stato forse per lui più utile non nascere affatto che trovarsi in mezzo ai mali (…) Essi dicono: se Dio non ignora niente di tutto ciò che esiste, e l’uomo è immerso nel male, allora non si regge più la dottrina della bontà di Dio perché Dio ha portato alla vita l’uomo, che I’avrebbe dovuto vivere in mezzo ai mali. […] Ma se la loro mente guardasse più in alto e se distogliessero l’intelligenza dalla disposizione d’animo dedita al piacere, allora potrebbero osservare serenamente la natura delle cose, e si convincerebbero che non esiste altro male al di fuori del vizio. Ma il vizio, tutto quanto, è caratterizzato dalla privazione del bene, e non esiste in sé e per sé e non viene considerato come qualcosa che abbia una sua sostanza. Nessun male esiste di per sé, separato dal libero arbitrio, ma viene chiamato male per il fatto che non c’è il bene. Ora, quello che non è, non esiste, e il creatore di ciò che esiste non può essere creatore di ciò che non esiste. Dunque, Dio non è la causa del male, dato che è creatore delle cose che sono, non di quelle che non sono; ha creato la vista, non la cecità; ha mostrato la virtù, non la privazione della virtù; ha proposto a coloro che si comportano secondo virtù il privilegio di godere dei beni, quale premio della loro libera scelta; non ha sottomesso la natura umana, con una non so qual violenta costrizione, a fare quello che a lui stesso sembrava meglio, come se trascinasse verso il bello un oggetto inanimato, contro sua voglia. Se poi, quando la luce risplende pura nel cielo sereno, uno chiude volontariamente gli occhi per non vedere, non è colpa del sole se costui non vede.
     Ma senza dubbio si adira colui che osserva il disfacimento del corpo umano e considera grave cosa il fatto che la nostra vita si dissolva nella morte e dice che il peggiore dei mali è che la nostra vita si spenga nella condizione mortale. Ciononostante, consideri proprio attraverso questo fatto doloroso la sovrabbondanza della beneficenza divina: forse proprio per questo motivo potrebbe essere indotto ad ammirare la grazia della cura di Dio nei riguardi dell’uomo. Il vivere in mezzo al godimento delle cose che ci piacciono è senz’altro una cosa desiderabile per coloro che vivono, così come, se uno vivesse continuamente in mezzo ai dolori, per costui sarebbe molto preferibile, a nostro giudizio, il non vivere al vivere dolorosamente. Esaminiamo, dunque, se colui che ci ha donato la vita ha di mira qualcos’altro, e non il farci vivere nei modo più piacevole. Orbene, dal momento che, grazie al moto del nostro libero arbitrio, ci siamo procurati la comunione con il male, mescolandolo alla nostra natura mediante il veleno del piacere, se così possiamo chiamarlo, reso gradevole dal miele, (4) per questo motivo abbiamo perduto la beatitudine, che consiste nella mancanza delle passioni, e ci siamo trasformati, volgendoci al male. Per questo motivo l’uomo, come un vaso di coccio, dovrà nuovamente dissolversi in terra, perché, separatici dalle sozzure che ora sono contenute nel corpo, noi possiamo di nuovo essere ricostituiti nella forma primitiva, mediante la resurrezione.

2. Sul giudizio futuro (5)

     Esso ha lo scopo di curare le malattie dell’anima. Il giudizio è, per i più sciocchi, una minaccia; è la correzione, che consiste in luttuose prove: in tal modo, temendo di dover pagare con moneta di dolore, essi possono metter senno e fuggire il male; quelli, invece, che sono più intelligenti, credono che si tratti di una cura e di una medicina di Dio, che riconduce quello che ha plasmato alla condizione originaria di grazia”. Come, infatti, quelli che raschiano con incisioni e cauterizzazioni i porri e le verruche che sono nate contro natura nel corpo umano applicano una cura certo non priva di dolore a quella persona a cui stanno facendo del bene, e pur tuttavia non incidono per far del danno al paziente, così anche quelle escrescenze materiali che mettono il callo nella nostra anima, la quale è divenuta carnale a causa del suo stretto contatto con le passioni, vengono tagliate e piallate nel tempo del giudizio da quella misteriosa sapienza e potenza di Dio, come dice il Vangelo a proposito di colui che cura i malati: « Del medico non hanno bisogno i sani, ma i malati ». (6) […] Dunque, se considero lo scopo che si è prefissa la sapienza di colui che amministra l’universo, certamente non avrò più motivo di credere con animo meschino che il creatore degli uomini sia colpevole dei loro mali, adducendo la spiegazione che questi o ignorava il futuro o lo conosceva, e che, in tal caso, avendo creato l’uomo, non è rimasto estraneo all’impulso a fare il male. E infatti il creatore conosceva quello che sarebbe successo e non impedì l’impulso a eseguirlo. Infatti, che l’uomo si sarebbe traviato dalla retta strada, non lo ignorava colui che domina tutte le cose con la sua potenza preveggente e vede allo stesso modo quello che dovrà avvenire e quello che è già passato. Ma, come vide l’errore dell’uomo, così pensò anche di richiamarlo al bene. Dunque, che cosa sarebbe stato meglio fare? No creare affatto la nostra natura, dal momento che Dio prevedeva che l’essere che sarebbe nato si sarebbe sviato dal bene? O non piuttosto farlo nascere e poi, una volta che si fosse corrotto, ricondurlo nuovamente alla grazia originaria in seguito ai suo pentimento? Dire che Dio è causa dei mali, basandosi sulle sofferenze fisiche che di necessità sorgono a causa della condizione mutevole della nostra natura, oppure non credere affatto che Dio sia stato creatore dell’uomo, per non ritenerlo colpevole anche dei dolori che ci affliggono — ecco, questo è tipico di una meschinità estrema, di gente che distingue il bene dal male solo in base alla sensazione e non sa che l’unica cosa buona per natura è quella a cui non giunge la sensazione e che l’unica cosa cattiva è l’essere estranei al bene. Giudicare il bene e il male in base ai dolori e ai piaceri è proprio della natura irrazionale; negli esseri irrazionali non esiste l’idea del vero bene, in quanto essi non partecipano alla mente e all’intelletto.

3. Sulla catechesi.

     Ciò che è predicato di Cristo non si svolge attraverso delle manifestazioni secondo natura. Infatti, se quello che si racconta di Cristo fosse stato compreso entro i limiti della natura umana, dove sarebbe il suo aspetto divino? Se, invece, il racconto oltrepassa la natura umana, la dimostrazione che era Dio colui che fu predicato risiede proprio in quei fatti ai quali tu non presti fede. […] Dicono, infatti, che Dio, se avesse voluto, avrebbe potuto trascinare con la forza ad accogliere la predicazione anche coloro che recalcitravano. E allora dove va a finire il libero arbitrio? Dove la virtù? Dove il merito di coloro che si comportano rettamente? Soltanto gli esseri inanimati o irrazionali sono condotti da una volontà estranea a fare quello che essa vuole. La natura razionale e intelligente, invece, se depone il suo libero arbitrio, perde contemporaneamente anche la grazia dell’intelligenza. A che le servirà, infatti, la mente, se è riservata al potere di un altro la capacità di scegliere a proprio talento? E se il libero arbitrio rimanesse inattivo, di necessità verrebbe distrutta anche la virtù, perché essa sarebbe impedita dalla immobilità del libero volere; e se non c’è più la virtù, la vita perde ogni valore e viene tolta ogni lode a coloro che si comportano rettamente; non è pericoloso il peccato, nessuna differenza tra il viver bene e il viver male. Chi potrebbe più rimproverare ragionevolmente il dissoluto o lodare il temperante? (…) Dunque, se la fede non sorge in tutti gli uomini, la colpa non deve essere attribuita alla bontà di Dio, bensì alla disposizione d’animo di coloro che ricevono il messaggio evangelico.

NOTE

(1) Dal “Grande Discorso Catechetico” in Opere di Gregorio di Nissa – UTET 1992 – pagg. 138/189;
(2) s. Gregorio di NIssa nasce a Cesarea di Cappadocia, come l’altro fratello s. Basilio il Grande, nel 331 ca. s. Basilio gli fu maestro e Gregorio un ottimo discepolo. Nel 372 s. Gregorio fu consacrato vescovo di Nissa, dal fratello Basilio. Parteciperà anche al Concilio Ecumenico di Costantinopoli tenutosi a Maggio-Luglio del 381. Si addormenterà nel 394.  Di s. Gregorio il secondo Concilio Ecumenico di Nicea del 787 riferisce: << colui che è chiamato da tutti “Padre dei Padri”. >> Giorgio di Pisidia lo chiamò << mistico più di ogni mistico >>
(3) Il male, dunque, non è sostanziale, non possiede vera e autonoma esistenza, ma consiste nella privazione del bene;
(4) Già Platone (in Tim., 69 d), parla del piacere come ‘esca del male’;
(5) Gregorio sostiene, dunque, che il giudizio non ha come scopo fondamentale la punizione del peccatore, sebbene la sua purificazione. Scopo della pena è la liberazione dell’anima umana dal peccato e la sua restituzione alla purezza originaria;
(6) Mt. 9,12.


ATTUALITA’: “MEDITATE GENTE, MEDITATE”

 

UNA LETTERA DI PADRE PAISIOS SULLE APERTURE

ALLA CHIESA DI ROMA  (1)

                                                            Santa Montagna, 23 gennaio 1969

Una foto dello ieronda Paisios (1927/1994)

Reverendo Padre Charalampos,

giacché ho visto il grande subbuglio che imperversa nella nostra Chiesa, dovuto a diversi movimenti filo-unionistici e ai contatti del Patriarca con il Papa, mi sono addolorato, come  suo figlio e ho considerato cosa buona, oltre alle mie preghiere, mandare anche un piccolo pezzo di filo (che ho in quanto povero monaco), per essere usato anche  per un solo punto di cucitura per l’abito, stappato in mille pezzi, della nostra Madre.
     Credo che farete atto d’amore e lo utilizzerete per mezzo del vostro foglio religioso. Vi ringrazio.
     Prima di tutto, vorrei chiedere scusa a tutti per aver osato scrivere qualcosa, dal momento che non sono né santo, né teologo. Immagino che tutti mi capiranno, che il mio scritto non è altro che un mio profondo dolore per la linea e l’amore mondano, purtroppo, del nostro padre, il Signor Atenagoras. Da quanto sembra, ha amato un’altra donna moderna, denominata Chiesa Papale, perché la nostra Madre Ortodossa non gli fa alcuna impressione, essendo molto modesta. Quest’amore, sentito da Costantinopoli, ha trovato grande risonanza in molti suoi figli, che lo vivono nelle città. Dato che  questo è lo spirito del nostro tempo: che la famiglia perda il suo sacro significato a causa di amori di tal genere, il cui scopo è la disgregazione e non l’unione.
     Con un tale amore mondano, più o meno, anche il nostro Patriarca giunge a Roma. Invece di mostrare amore prima a noi, suoi figli e alla nostra Madre Chiesa, egli ha purtroppo diretto il suo amore molto lontano. Il risultato, da una parte, era di far riposare i suoi figli mondani, che amano il mondo e hanno quest’amore mondano e, dall’altra, di scandalizzare moltissimo tutti noi, i figli dell’Ortodossia, giovani e anziani che abbiamo timore di Dio.
     Con dispiacere non ho visto che nessuno dei filo-unionisti, da me conosciuti, abbia nè midollo spirituale nè corteccia. Tuttavia, sanno parlare di amore e di unità mentre non sono uniti a Dio, perché non l’hanno amato.
     Vorrei pregare caldamente tutti i nostri fratelli filo-unionisti: poiché l’argomento dell’unione delle Chiese è qualcosa di spirituale e abbiamo bisogno di amore spirituale, di  lasciarlo a coloro che hanno amato molto Dio e quindi sono teologi, come i Padri della Chiesa - e non agli interpreti della legge - che hanno offerto e offrono completamente sé stessi per la diaconia della Chiesa (come una grande candela), accesi dal fuoco dell’amore di Dio e non dall’accendino del sagrestano.
     Dobbiamo sapere che non esistono solo leggi fisiche, ma anche spirituali. Pertanto la futura ira di Dio non può essere affrontata tramite un’aggregazione di peccatori (perché riceveremo doppia ira), ma con il pentimento e l’osservanza dei comandamenti del Signore.
     Inoltre, dobbiamo conoscere bene che la Chiesa Ortodossa non ha alcuna mancanza. L’unica mancanza è l’assenza di gerarchi seri e di Pastori con principi patristici. Gli eletti sono pochi. Ma non è questo che deve preoccupare. La Chiesa è Chiesa di Cristo, ed è Egli che la governa. Non è un Tempio costruito con pietra, sabbia e calce da devoti e che si distrugge dal fuoco dei barbari, ma è Cristo stesso. « E chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato; e colui sul quale essa cadrà sarà stritolato»  (Mt 21, 44). Il Signore, quando sarà necessario, farà apparire dei Marco Eugenico e dei Gregorio Palamas per raccogliere tutti i nostri fratelli scandalizzati perché confessino la fede ortodossa, consolidino la Tradizione e diano grande gioia alla nostra Madre.
     Nei nostri tempi vediamo che molti figli fedeli della nostra Chiesa, monaci e laici, si sono purtroppo staccati da Essa a causa dei filo-unionisti. Secondo il mio parere non è per niente buona cosa staccarsi dalla Chiesa ogni volta che un Patriarca ha qualche colpa, ma  dall’interno, vicino alla Madre Chiesa, ognuno ha il dovere e l’obbligo di protestare e di lottare a suo modo. Interrompere  la commemorazione del Patriarca, staccarsi e creare la propria Chiesa continuando a parlare, insultando il Patriarca, a mio parere, è assurdo.
     Se per l’una o l’altra deviazione dei Patriarchi, avvenute in diverse epoche, ci fossimo separati e avessimo creato delle nostre Chiese – Dio proteggi – avremmo superato pure i Protestanti.
     Facilmente uno si separa ma difficilmente ritorna. Purtroppo, abbiamo molte “Chiese” ai giorni nostri. Sono state create sia da grandi gruppi sia addirittura da una sola persona. Giacché è successo anche alla loro kalivi (mi riferisco a quanto succede nella Santa Montagna)  dove c’è pure un Tempio, credevano di poter realizzare una propria Chiesa indipendente. Se i filo-unionisti danno un primo colpo alla Chiesa, questi, i sopra nominati, ne danno il secondo. Preghiamo che Dio dia la Sua illuminazione a tutti noi e al Patriarca, il Signor Atenagoras, perché, prima, avvenga l’unione di queste “Chiese”, si realizzi la serenità tra lo scandalizzato pleroma del popolo ortodosso, si diffonda la pace e l’amore tra le Chiese Ortodosse Orientali, e poi si possa iniziare a pensare all’unione con le altre “Confessioni”, se desiderano sinceramente abbracciare la Dottrina Ortodossa.
     Vorrei dire ancora che c’è pure un terzo gruppo nella nostra Chiesa. Sono quei fratelli che, pur rimanendo fedeli Suoi figli, tuttavia non hanno accordo spirituale tra di loro. Essi si occupano del giudicare, l’uno l’altro, e non del bene comune della lotta. Ciascuno controlla l’altro (più di se stesso) su cosa dirà o cosa scriverà per colpirlo poi senza pietà. Mentre se egli stesso avesse detto o avesse scritto la stessa cosa, l’avrebbe sostenuta con molte testimonianze della Santa Scrittura e dei Padri. Il male compiuto è grande, perché, da una parte fa un’ingiustizia al proprio prossimo, mentre dall’altra lo rovina dinanzi agli occhi di altri credenti. Molte volte semina pure l’infedeltà nelle anime dei deboli, poiché le scandalizza. Purtroppo alcuni di noi avanzano richieste irragionevoli agli altri. Vogliamo che essi abbiano lo stesso nostro carattere spirituale. Quando qualcun’altro non concorda con il nostro carattere ed è un po’ indulgente o un po’ acuto, immediatamente deduciamo che non è un uomo spirituale. Tutti sono utili nella Chiesa. Tutti i Padri hanno offerto i loro servizi ad Essa. Sia quelli dal carattere calmo, sia quelli dal carattere severo. Come al corpo umano sono necessarie sia le cose dolci, sia le cose aspre ma anche le cose amare come il radicchio (ognuna ha proprie sostanze e vitamine), lo stesso vale anche per il Corpo della Chiesa. Tutti sono necessari. L’uno completa il carattere dell’altro e tutti noi siamo obbligati a tollerare non solo il loro carattere, ma anche le loro debolezze in quanto esseri umani.
     E di nuovo ritorno ad esprimere sinceramente le scuse a tutti, perché ho osato scrivere. Io sono un semplice monaco e il mio lavoro è quello di sforzarmi, per quanto posso, di spogliarmi del vecchio uomo e di aiutare gli altri e la Chiesa, attraverso Dio, tramite la preghiera. Tuttavia, siccome sono arrivate al mio eremo tristi notizie per la nostra Santa Ortodossia, mi sono molto addolorato e ho considerato giusto scrivere quanto sentivo.
     Preghiamo tutti affinché Dio dia la Sua grazia e ciascuno di noi possa aiutare, a suo modo, per la gloria della nostra Chiesa.

Con molta deferenza verso tutti.
Un monaco eremita
(Paisios monaco)

NOTA

(1) Una lettera di padre Paisios Inviata a padre Charalampos Vasilopoulos, direttore del giornale “Stampa Ortodossa” (Ορθόδοξος Τύπος) - Pubblicato dal sito: www.ortodoxia.it 

Il libro che Vi consigliamo, come recita il (ns.) sottotitolo è “Un libro altro” sulla forte personalità dello zar russo Vladimir V. Putin. Per conoscere un po’ di più il grande statista e andare oltre la solita propaganda occidentale-americana.


STARE CON PUTIN? (1)
UN LIBRO ALTRO

di Maurizio Blondet

Copertina del libro

Contenuto: L’eurocrazia di Bruxelles, la stessa che vuole la Turchia ed Israele in Europa, vuole tenerne la Russia fuori. È una prova in più della sudditanza della burocrazia oligarchica europea ai poteri forti “americani”. È infatti Zbigniew Brzezinsky, ossia il Council on Foreign Relations, ad aver elaborato il progetto di separare fisicamente la Russia dall’Europa, circondandola di “democrazie colorate” (Ucraina, Georgia, etc.) filo-americane appositamente create e finanziate. La colpa di Putin è di aver ridato alla Russia le materie prime che i poteri finanziari occidentali avevano comprato a un centesimo del loro valore durante le cosiddette “privatizzazioni” di Eltsin. Il caso Yukos è esemplare: un mafioso di nome Khodorkovsky comprò di fatto l’intero patrimonio energetico ex-sovietico (valore di Borsa, 19 miliardi di dollari) con 250 milioni anticipatigli dai Rothshild di Londra.  Da quando Putin ha messo in galera Khodorkovsy e costretto alla latitanza altri “oligarchi” suoi pari, il capo del Cremlino ha smesso di piacere: non è democratico, disprezza i diritti umani, massacra i ceceni, fa uccidere la Politkovskaya, fa avvelenare Litvinenko e così via. E va tenuto lontano dall’Europa. La nostra tesi è ovviamente il contrario. Se c’è un destino manifesto per l’Europa dopo il crollo sovietico e dopo l’11 settembre, è che deve integrare la Russia. E precisamente la Russia di Putin, il solo leader, apparso dopo tanti anni, che difenda l’interesse nazionale invece di quello delle lobby globali.

NOTA

(1) Maurizio Blondet, Stare con Putin? – pagg. 304 – anno 2007 - Edizioni Effedieffe - €22,00 [L’autore: Maurizio Blondet, già inviato speciale de Il Giornale e di Avvenire, ha pubblicato per Effedieffe “I nuovi Barbari”, “11 settembre colpo di Stato in USA”, “Cronache dell’Anticristo”, “L ’uccellosauro ed altri animali la catastrofe del darwinismo”, “Chi comanda in America”, “Osama bin Mossad”, “La strage dei genetisti”, “Schiavi delle banche”, “Israele, USA, il terrorismo islamico”, “Selvaggi con telefonino”.  Dirige il giornale on-line www.effedieffe.com


II. LA PEDOFILIA ECCLESIASTICA (VATICANA)

BREVE CRONISTORIA SULLA “PEDOFILIA DI PAPI,

CARDINALI E SACERDOTI” (1)
        
di Claudio Rendina

     Stranamente l’alto e basso Medioevo non ci rivelano casi di pedofilia nei quali siano coinvolti ecclesiastici, ma questo dipende anche dall’ignominioso concetto che i bambini in quel tempo sono ritenuti posseduti dal demonio, tanto da essere torturati e bruciati vivi affinché possano espiare le loro colpe. Questi bambini non sono altro che i capri espiatori su cui sfogare libidini, risentimenti politico-religiosi, superstizioni e paure di un’intera comunità, e quindi eventuali casi di pedofilia rientrano nell’applicazione di certe condanne. Tutto questo a fronte del Concilio di Elvira del 305 che condanna gli «stuprarores puerorurn».        
     (…) Nel XV° sec. scoppia il caso dell’antipapa Giovanni XXIII (1410-1415), al secolo Baldassarre Cossa, giudicato simoniaco e pedofilo nell’assemblea del Concilio di Costanza del 29 maggio 1415; aveva abusato di bambini che gli erano stati procurati da un certo Angelotto di Roma, chièrico della Camera Apostolica e canonico di San Giovanni in Laterano. Il Cossa vaga prigioniero da un principe tedesco all’altro, finché Martino V non ha pietà di lui e lo riammette in seno alla Chiesa come cardinale vescovo di Tuscolo, dove muore nel 1420.
     Anche papa Giulio II, già segnalato per l’omosessualità, è colpevole di pedofilia. Questo peccato è anche storicamente databile al 1511, quando in seguito alla cattura del marchese Francesco Gonzaga da pane dei veneziani, sua moglie Isabella implora il papa di ergersi a intermediario per liberarlo; Giulio II si dichiara disponibile, ma vuole in ostaggio a Roma il figlio della marchesa, il marchesino Federico, di soli 10 anni; lo fa per tutelarsi da un eventuale attacco militare del cognato d’isabella, il duca Alfonso d’Este. Lo segnala Alessandro Luzio nel suo La reggenza di Isabella d’Este, sottolineando che sia Massimiliano d’Asburgo sia Luigi XII esprimono forti dubbi sulle reali intenzioni del pontefice.         
     Altro caso di pedofilia relativo a un papa è quello di Giulio II, definito da Onofrio Panvinio, nella biografia inserita nel seguito delle Vite dei pontefici del Platina, «dedito all’amore per i fanciulli».
     (…) Per venire a conoscenza di un peccato di pedofilia da parte di un ecclesiastico dobbiamo arrivare al 1864, quando viene alla luce, tre anni dopo la costituzione del Regno d’Italia, con una sentenza della corte di Assise di Milano del 30 aprile 1864 nei confronti del sacerdote Francesco Piccinotti, cappellano di Corzano. E stato accusato « del crimine di libidine contro natura previsto dall’art. 425 del Codice Penale »,come si legge nella sentenza:

     a) Per aver in giorno imprecisato dell’anno 1861 sudi una ripa d’un campo in territorio di Corzano afferrato violentemente per la vita il giovane contadino Battizzi Giuseppe di Francesco ora d’anni 23 e dopo di averlo posto a terra, sfogato sopra di lui la propria libidine contro natura. b) Per averlo stesso anno 1861, qualche mese dopo il fatto preannunciato, pure in epoca imprecisata in un campo parimenti in Comune di Corzano colle stesse circostanze preindicate,consumato ancora atto carnale contro natura sulla persona del suddetto Battizzi Giuseppe. c) Per aver in non precisata sera dell’autunno 1862 abusato del giovane contadino Domenico Mantovani di anni 20 che si era recato in sua casa scopo di privata istruzione, afferrandolo violentemente per la vita e costringendolo a subire l’atto di libidine contro natura.

     E ancora è accusato «dello stesso crimine di libidine contro natura sul dodicenne Cesare Mombelli, frequentando la sua casa quale suo scolaro» negli anni dal 1853 al 1855. Verrà condannato alla pena della reclusione di anni 7 «ed alla refusione delle spese del procedimento per reati di libidine contro natura commessi nell’anno 1861 sulla persona del Contadino Giuseppe Battezzi».
     E arriviamo al Novecento per avere un riscontro di accuse di pedofilia nei confronti del mondo ecclesiastico. (…) Il   20luglio 1907 viene arrestato don Carlo Riva per abusi sessuali su una fanciulla nell’asilo milanese gestito da suor Giuseppina Fumagalli questo è destinato a passare nella cronaca come «lo scandalo Fumagalli». Gli fa seguito lo scandalo dell’educatorio di Alassio, nel quale tale don Bretoni è accusato di sevizie sessuali ai danni di un ragazzo tredicenne; e ancora in una scuola di Trani delle suore vengono denunciate «al procuratore del re per maltrattamenti e inganni». Ma lo scandalo più eclatante scoppia il 31luglio nel collegio dei Salesiani di Varazze in base a una denuncia di tale signora Besson, che dal diario del figlio Alessandro ha appurato lo svolgimento nel collegio, di messe nere tenute in «costume adamitico» e di atti sessuali tra i frati, le suore del vicino collegio Santa Caterina e gli alunni convittori.  
     (…) Dopo questa storia cala di nuovo il silenzio e il mondo ecclesiastico sembra illuminato da santità, anche se tutto accade nel buio della omertà. Così ad esempio nel 1947 negli Stati Uniti si registra un caso di pedofilia: lo subisce il quindicenne Thomas Gumbleton, futuro vescovo ausiliario di Detroit, ad opera di un sacerdote di 60 anni. (…)
     E nel buio la situazione di precarietà ed emarginazione degli ecclesiastici pedofili non cambia, ottenendo solo che non affiorino quelli che il Vaticano non considera altro che scandali. Un caso singolare è quello che viene portato a conoscenza dalla stampa nel gennaio 1988: don Salvatore Manfredi, ex direttore dell’istituto di assistenza per minori Stella Maris di Siponto (Foggia), è condannato dai giudici della corte d’appello di Bari a 2 anni di reclusione per atti di libidine e violenza privata su minori avvenuti nel dicembre 1985.
     Nel 1991 don Giuseppe Rassello, parroco napoletano, viene condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione per violenza sessuale sul minorenne Antonio B., che frequentava la sua chiesa: la condanna sarà confermata nel 1996. quando il sacerdote si trasferirà a Procida, sua isola natale, dove seguiterà tranquillamente l’attività pastorale. Questo perché le autorità ecclesiastiche cercano di mantenere il silenzio sui preti pedofili.
    Infatti incombe il silenzio, che si dovrebbe interrompere nel 1994, quando è indirizzata a Giovanni Paolo II una lettera relativa a innumerevoli e continuati abusi sessuali di pedofilia compiuti, tra gli anni Quaranta e Sessanta, da padre Marcial Maciel Degollado, fondatore e direttore dei Legionari di Cristo, nei confronti di otto legionari, tra i quali Juan Vaca, presidente dei Legionari negli Stati Uniti, e José Barba Martiri, professore di filosofia all’Università Ram di Città del Messico. La lettera non ottiene risposta. Il 23 febbraio 1997 la lettera arriverà in forma di denuncia alla Congregazione della Dottrina della Fede, diretta al cardinale Joseph Ratzinger (futuro papa Benedetto XVI°); vi sono descritti gli approcci e gli artifici Impiegati da Marcial Maciel Degollado per convincerli che, masturbandolo, stavano facendo opera buona, « con il permesso speciale di Pio XII », come si legge in un articolo pubblicato su «L’Espresso» del 21 gennaio 1999. Così dal 1998 la Congregazione della Dottrina della Fede viene investita dell’indagine sulle accuse degli abusi sessuali, e di violazione del segreto della confessione rivolte contro il fondatore dei Legionari Marcial Macid Degollado. Ma l’indagine finisce in una bolla di sapone, come apparirà chiaro in un comunicato della Santa Sede del 19 maggio 2006, in cui si rileverà la decisione della congregazione «di rinunciare ad un processo canonico e di invitare il Padre ad una vita riservata di preghiera e di penitenza, rinunciando ad ogni ministero pubblico », « tenendo conto sia dell’età avanzata del Rev.do Macid che della sua salute cagionevole».
     Ad ottobre del 1994 in Irlanda scoppia lo scandalo Brendan Smith, un sacerdote cattolico nordirlandese accusato di abusi su minori praticati per oltre quaranta’anni di attività pastorale a Belfast, Dublino e negli Stati Uniti. E uno scandalo che rompe improvvisamente l’omertà che incombe sulla pedofilia. Il sacerdote irlandese, arrestato e processato da una corte britannica a Belfast, è condannato per 17 casi accertati di abusi su minori, ma durante la sua detenzione saranno accertate a Dublino le sue responsabilità in ulteriori 74 casi analoghi. Morirà in carcere nel 1997.
     Nel 1995 un nuovo scandalo di pedofilia ecclesiastica viene dall’Austria. Un ex seminarista, Joseph Hartman, confessa di essere stato molestato dal cardinale Hans Hermann Groer, arcivescovo di Vienna; il fattaccio risale a un arco di tempo tra il 1972 e il 1976, quando l’accusatore aveva 15 anni e il prelato era il suo padre confessore nell’abbazia di Gottweig. L’arcivescovo si dimette, dopo aver dichiarato la sua non colpevolezza, ed è sostituito nell’aprile del 1995 dal vescovo di Graz Christoph Schonborn; una conferenza episcopale nel marzo 1998 dichiarerà che «le accuse corrispondevano a verità».
     E sempre nel 1995 il siciliano don Tommaso Antonio Tarsia patteggia un’accusa di violenza sessuale nei confronti di una disabile che frequenta il centro di accoglienza da lui diretto ad Agrigento; non viene sospeso, ma è trasferito alla chiesa del Cuore eucaristico di Gesù a Pianura, presso Napoli, dove verrà arrestato per molestie ripetute nei confronti di una bambina di 10 anni. E finirà in carcere.
     (…) Ma è dal 2000 che atti di pedofilia ecclesiastica si riscontrano con più frequenza nella Chiesa di Roma, e i media ne diffondono regolarmente la notizia con sempre maggior risalto.
     (…) Numerosi i casi di pedofilia relativi a monsignori e sacerdoti negli Stati Uniti; tra marzo e aprile del 2002 sull’«Hartford Courant» vengono denunciati e documentati casi di abusi sessuali nella diocesi di Bridgeport, nel Connecticut, che il cardinale Edward Egan, fino al 2000 a capo della diocesi, ha cercato di nascondere, non provvedendo neanche a  spostare i sacerdoti colpevoli dalle parrocchie in cui operavano, per allontanarli dai bambini. Così il suo successore ha dovuto rimediare qualche modo con un risarcimento in milioni di dollari ai genitori del vittime.
     Un altro scandalo scoppia nella diocesi di Boston, della quale è responsabile il cardinale Bernard Law; il «Boston Globe» lo accusa di aver spostato per anni da una parrocchia all’altra due sacerdoti pedofili, John Geoghan e Paul Shanley, per evitare che fossero denunciati; oltretutto i due sono stati scoperti, processati e condannati al carcere. Sul «New York Times» viene pubblicata una summa sui provvedimenti relativi ai sacerdoti pedofili relativi alle ultime due settimane di marzo 2002: 55 sacerdoti in 17 diocesi sono stati rimossi, sospesi o licenziati, tra i quali 6 a Filadelfia, 7 nel New Hampshire, 2 a Saint Louis, 2 nel Maine, uno in Nord Dakota e 12 a Los Angeles.
     (…) In ogni caso i vescovi negli Stati Uniti devono affrontare l’emergenza dei risarcimenti alle vittime dei preti pedofili, ricorrendo a polizze assicurative e donazioni di fedeli ‘sani”, come racconterà Enrico Pedemonte su «L’Espresso» del 30 luglio 2007. Così «la diocesi di Los Angeles ha firmato un accordo, impegnandosi a pagare 660 milioni di dollari per risarcire 508 vittime dei preti pedofili».
     (…) E spuntano casi di pedofilia in altre parti del mondo. In Alaska, nel novembre del 2007, viene annunciato un accordo extragiudiziale tra la Compagnia  di Gesù e 110 presunte vittime di abusi sessuali avvenuti tra il 1959 e il 1986 in 35 villaggi Yupik, relativo a un risarcimento di 50 milioni di dollari (il risarcimento più grande tra quelli pattuiti dagli ordini religiosi).
     (…) All’inizio del 2008 si registra la condanna di una suora a 11 anni di prigione per pedofilia: è Norma Giannini, direttrice dal 1964 di una scuola media cattolica presso Milwaukee. A Melbourne, in Australia, si verifica il suicidio di Emma Posta, una delle due sorelle che hanno subito violenze da padre Kenin O’Donnell tra il 1988 e il 1993.                                                            

NOTE

(1) Tratto dal libro di Claudio Rendina, I peccati del Vaticano - Newton Compton editore – 2009 [Invitiamo per conoscere un po’ più da vicino la chiesa dei Papi a visitare nel LINK “Per non dimenticare” i PDF: La Tax Camarea dei Papi; La chiesa dei Papi in aforismi e nel LINK “Articoli” i PDF: “I. La pedofilia ecclesiastica (vaticana)” e “Perché abbandonai la chiesa cattolica romana” ]

LA POESIA

 

La poesia celiando porta un farmaco al dolore, ammaestramento

e insieme diletto per i giovani, una piacevole esortazione.

 

s. Gregorio Nazianzeno (IV° sec)  

 

LA CANZONE DELLA FAME

 

Se v’è ancora qualcosa che possa animare il mio
cuore, questo qualcosa è l’afflizione. Ed è questa
afflizione che mi lega al mondo.
È l’afflizione a darmi il diritto di esistere.
La miseria e la sventura sono mie ospiti. E i miei
occhi si tendono verso ogni lacrima così come i
miei orecchi si tendono a cogliere i gemiti.
Mentre il mio cuore alita dolore.
So che nessun uomo soddisfatto o trionfante busserà mai alla mia porta.
So che da me verranno
soltanto coloro che portano in sé una qualche disgrazia.
E quando abbandono le vie per tornarmene a casa
son sempre sconvolto, e occulto in me il dolore degli incontri.

                                                            Aleksei Rèminizov
                                                  (scrittore russo - 1877/1957)

 

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