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Mir se na erthètit

 

A MAKIJ

 

La mia bella Makij, senza Giudice, senza Sindaco, senza Gentarmi, ov’era nato libero eschivo d’imperio”.

                                                                                 

                                                                        Jeronim Radanjvet

(poeta arbëreshë – 1814/1903)

 

L'antica Sibari e il mar Joni-o vista da Makj (foto marzo 2012)

 

FILOCALIA – L’AMORE DELLA BELLEZZA

 

 

COME SI ENTRA E SI ESCE DALLA TENTAZIONE

 

1. Il diavolo odiatore del bene, conoscendo ciò che giova alle vostre anime e che non vi è altro luogo di salvezza che portare gli uni i pesi degli altri , è invidioso e lotta per seminare  in voi la tentazione che il Signore distruggerà. Ma tale tentazione si distrugge col portare gli uni i pesi degli altri, e coll’intensificare la preghiera per la persona dalla quale viene la tentazione. Ma senza lotta, col ragionamento non c’è, uscita dalla prova. E anche il pensiero di allontanarti da qui, anche questo è una tentazione che nasce dalla sua invidia e si serve dell’autogiustificazione, per strapparti alla carità dei santi che pregano per te e privarti del loro aiuto. Ecco, ti ho dimostrato come si entra e come si esce dalla tentazione. Resisti un poco e riceverai sollievo da essa, in Cristo Gesù Signore nostro. Amen. (1)
         
2. Fratello mio Andrea, una sola anima con me, non scoraggiarti. Poiché Dio non ti ha abbandonato né ti abbandona, ma è la promessa del Signore al nostro comune padre Adamo promessa che non passerà: Nel sudore della tua fronte mangerai il tuo pane. E come ha comandato all’uomo esteriore cosi anche all’uomo interiore  ha comandato di collaborare con l’ascesi alle preghiere dei santi. Le quali tutte sono molto efficaci perché l’uomo non sia senza frutto. Come infatti l’oro, messo a fuoco nella fornace  tenuto stretto dalle molle e battuto col martello diviene, provato e adatto per il diadema regale cosi l’uomo tenuto stretto dalla preghiera dei santi che può molto ed è efficace, è provato al fuoco delle tribolazioni, è flagellato dalle tentazioni, e se sopporta rendendo grazie, si rivela figlio del Regno.  Così tutto avviene per il tuo vantaggio perché possa anche tu, insieme con i santi, avere quella sicurezza che viene dalle proprie fatiche: e non vergognarti di offrirne le primizie. Dunque non procurarti tristezza invece che gioia spirituale Stima fedele colui che ha promesso, perché compirà quello che ha promesso. Sii forte nel Signore, mio diletto. (2)

NOTE

1. Tratto dal libro di Barsanufio e Giovanni di Gaza (VI° sec.), Epistolario – Città Nuova Editrice (Lettera n. 105 di Andrea al medesimo Grande Anziano: Dimmi, padre, da dove è nata la nostra tentazione; e perché si manifesta; e come si distrugge; e prega che io sia liberato da essa.)
2. Tratto dal libro di Barsanufio e Giovanni di Gaza, Epistolario – Città Nuova Editrice (Lettera n. 106: Risposta del medesimo Grande Anziano allo stesso Andrea che si era scoraggiato per delle tentazioni che gli erano sopravvenute).

 

RIFLESSIONI

 

      

TURBINIO RIVOLUZIONARIO

 

Ora che non v’era più nulla che avesse uno scopo, e tutto non era che strappìo, vibrazione del mondo, e da tutte queste impennantisi pagliuzze vorticanti nel turbine nello scompiglio dalla danza delle bufere, dalla danza delle battaglie dal turbinante turbinìo sempre più vertiginoso — dalla danza dalla danza della rivoluzione.
                                                                     Aleksei Rèminizov
                                                             (scrittore russo - 1877/1957)

 

CLASSE, COSCIENZA E LOTTA DI CLASSE

 

« La coscienza di classe si forgia durante l'agire stesso del movimento rivoluzionario.»

 

György Lukács (1885/1971)

Quadro de: Il Quarto Stato

1. Classe (1)

 

Sebbene il concetto di «C.» si fosse già affacciato nel pensiero logico medievale, tuttavia il termine non entrò in uso se non nel sec. XIX, soprattutto per opera dei logici inglesi.. Una C. può essere definita o enumerando i membri che la compongono (definizione estensiva) o indicando la proprietà comune di tutti i suoi membri (definizione intensiva) e come si fa quando si parla del cc genere umano» o degli «abitanti di Londra”.
     In senso sociologico, la «C.» corrisponde a ciò che gli antichi chiamavano «parte della città» e designa un gruppo di cittadini definito dalla natura della funzione che compiono nella vita sociale e dalla misura dei vantaggi che ricavano da tale funzione. Platone ammetteva tre C. o per meglio dire tre piani della sua città ideale: quella dei governanti o filosofi, quella dei guerrieri e quella degli agricoltori e artigiani e affidava alla prima di esse il compito di assegnare gli individui ad una classe o all’altra. (Rep., III, 412 b sggg.)… La nozione di C. subì una forte accentuazione nel sec. XVIII ad opera della Rivoluzione Francese e di tutto il movimento culturale che la promosse e l’accompagnò.
     In filosofia, essa acquista rilievo solo ad opera di Hegel, che ritenne la divisione delle e un’articolazione necessaria della società civile, dovuta sia a un’immediata base particolare cioè al capitale; sia un’attitudine degli individui che a sua volta è in parte condizionata dal capitale, sia infine a circostanze contingenti dovute alla diversità delle disposizioni e dei bisogni corporei e spirituali (Fil. del dir., § 200)… Il concetto di C. così elaborato da Hegel fu messo da Marx a fondamento della sua dottrina della lotta di classe. Veramente già gli economisti inglesi Malthus e Ricardo avevano riconosciuto la possibilità di contrasti fra le C. come conseguenza del funzionamento delle leggi economiche. Marx accetta da questi economisti il concetto del fondamento economico della lotta di C. e accetta da Hegel il carattere necessario (cioè storicamente necessario, per ogni società non comunistica) della divisione in classi… La C. ha per Marx quella specie di salda unità sostanziale che Hegel attribuiva allo spirito di un popolo (Volksgeist) cioè essa agisce nella storia come un’unità e subordina a sé l’individuo che conta unicamente come membro della sua C., dalla quale deriva i suoi modi di pensare e di vivere, i suoi sentimenti e le sue illusioni.

 

2. Coscienza di classe (2)

 

Su questo concetto ha insistito Hegel, secondo il quale l’appartenenza dell’individuo a una classe è determinata non solo dalle circostanze oggettive ma anche dalla volontà dell’individuo; sicché tale appartenenza «per la coscienza soggettiva, ha l’aspetto di esser l’opera della propria volontà” (Fil. del dir., § 206). Hegel aggiunge che per l’uomo «esser qualcosa» significa «appartenere a una classe determinata «perché un uomo senza classe sarebbe un semplice privato e non parteciperebbe quindi all’universalità reale propria della classe. Il riconoscersi in una classe non è quindi per il singolo una degradazione ma l’acquisizione della sua «realtà e oggettività etica»: cioè il riconoscimento della unità, che nel singolo si realizza, di universalità e particolarità (Ib., § 207 e Zusatz). Marx ha tuttavia affermato che se tra gli individui «c’è soltanto un contatto locale, se l’identità dei loro interessi non fa sì che essi formino una comunità, una associazione nazionale, un’organizzazione politica, essi non costituiscono una classe» (Der 18. Brumaire des Louis Bonaparte, nuova ed. 1946. pag. 104) Il concetto è stato posto in primo piano, nell’interpretazione del marxismo, da György Lukàcs nel libro Storia e coscienza di classe (1922) che attribuisce alla coscienza di C. il titolo di soggetto della storia cioè di principio o forza che fa la storia. La coscienza di C. è il punto di partenza della vocazione di una C. al dominio cioè all’organizzazione di una società conforme ai suoi interessi (Histoire et conscience de classe, 1960, pag. 72 sgg.).  

 

3. La coscienza di classe in Gramsci  

 

3.1 La «guerra di posizione» e l’«egemonia civile» (3)

 

a. Quistione dell'«uomo collettivo» o del «conformismo sociale». Compito educativo e formativo dello Stato, che ha sempre il fine di creare nuovi e più alti tipi di civiltà, di adeguare la «civiltà» e la moralità delle più vaste masse popolari alle necessità del continuo sviluppo dell'apparato economico di produzione, quindi di elaborare anche fisicamente dei tipi nuovi d'umanità.
    b. Ma come ogni singolo individuo riuscirà a incorporarsi nell'uomo collettivo e come avverrà la pressione educativa sui singoli ottenendone il consenso e la collaborazione, facendo diventare «libertà» la necessità e la coercizione? Quistione del «diritto», il cui concetto dovrà essere esteso, comprendendovi anche quelle attività che oggi cadono sotto la formula di «indifferente giuridico» e che sono di dominio della società civile che opera senza «sanzioni» e senza «obbligazioni» tassative, ma non per tanto esercita una pressione collettiva e ottiene risultati obbiettivi di elaborazione nei costumi, nei modi di pensare e di operare, nella moralità ecc.
     c. Concetto politico della così detta «rivoluzione permanente» sorto prima del 1848, come espressione scientificamente elaborata delle esperienze giacobine dal 1789 al Termidoro. La formula è propria di un periodo storico in cui non esistevano ancora i grandi partiti politici di massa e i grandi sindacati economici e la società era ancora, per dir così, allo stato di fluidità sotto molti aspetti: maggiore arretratezza della campagna e monopolio quasi completo dell'efficienza politico-statale in poche città o addirittura in una sola (Parigi per la Francia), apparato statale relativamente poco sviluppato e maggiore autonomia della società civile dall'attività statale, determinato sistema delle forze militari e dell'armamento nazionale, maggiore autonomia delle economie nazionali dai rapporti economici del mercato mondiale ecc. Nel periodo dopo il 1870, con l'espansione coloniale europea, tutti questi elementi mutano, i rapporti organizzativi interni e internazionali dello Stato diventano più complessi e massicci e la formula quarantottesca della «rivoluzione permanente» viene elaborata e superata nella scienza politica nella formula di «egemonia civile».
     d. Avviene nell'arte politica ciò che avviene nell'arte militare: la guerra di movimento  diventa sempre più guerra di posizione e si può dire che uno Stato vince una guerra in quanto la prepara minutamente e tecnicamente nel tempo di pace. La struttura massiccia delle democrazie moderne, sia come organizzazioni statali che come complesso di associazioni nella vita civile costituiscono per l'arte politica come le «trincee» e le fortificazioni permanenti del fronte nella guerra di posizione: essi rendono solo «parziale» l'elemento del movimento che prima era «tutta» la guerra ecc. (4) 

 

3.2 La coscienza di classe

 

“Per la propria concezione del mondo si appartiene sempre a un determinato aggruppamento, e precisamente a quello di tutti gli elementi sociali che condividono uno stesso modo di pensare e di operare. Si è conformisti di un qualche  conformismo, si è sempre uomini-massa o uomini-collettivi.” (5)
     “L'uomo attivo di massa opera praticamente, ma non ha una chiara coscienza teorica di questo suo operare che pure è un conoscere il mondo in quanto lo trasforma. La sua coscienza teorica anzi può essere storicamente in contrasto col suo operare. Si può quasi dire che egli ha due coscienze teoriche (o una coscienza contraddittoria), una implicita nel suo operare e che realmente lo unisce a tutti i suoi collaboratori nella trasformazione pratica della realtà e una superficialmente esplicita o verbale che ha ereditato dal passato e ha accolto senza critica (6). Tuttavia questa concezione «verbale» non è senza conseguenze: essa riannoda a un gruppo sociale determinato, influisce nella condotta morale, nell'indirizzo della volontà in modo più o meno energico, che può giungere fino al punto in cui la contraddittorietà della coscienza non permette nessuna azione, nessuna decisione, nessuna scelta e produce uno stato di passività morale e politica. La comprensione critica di se stessi avviene quindi attraverso una lotta di «egemonie» politiche, di direzioni contrastanti, prima nel campo dell'etica, poi della politica, per giungere a una elaborazione superiore della propria concezione del reale (7). La coscienza di essere parte di una determinata forza egemonica (cioè la coscienza politica) è la prima fase per una ulteriore e progressiva autocoscienza in cui teoria e pratica finalmente si unificano (8). Anche l'unità di teoria e pratica non è quindi un dato di fatto meccanico, ma un divenire storico, che ha la sua fase elementare e primitiva nel senso di «distinzione», di «distacco», di indipendenza appena istintivo (9), e progredisce fino al possesso reale e completo di una concezione del mondo coerente e unitaria.  Ecco perché è da mettere in rilievo come lo sviluppo politico del concetto di egemonia rappresenta un grande progresso filosofico oltre che politico-pratico, perché necessariamente coinvolge e suppone una unità intellettuale e una etica conforme a una concezione del reale che ha superato il senso comune ed è diventata, sia pure entro limiti ancora ristretti, critica.” (10)

3.3 Gli intellettuali organici (11)

“Il rapporto tra gli intellettuali e il mondo della produzione non è immediato, come avviene per i gruppi sociali fondamentali, ma è «mediato», in diverso grado, da tutto il tessuto sociale, dal complesso delle superstrutture, di cui appunto gli intellettuali sono i «funzionari». Si potrebbe misurare «l'organicità» dei diversi strati intellettuali, la loro più o meno stretta connessione con un gruppo sociale fondamentale, fissando una gradazione delle funzioni e delle soprastrutture dal basso in alto (dalla base strutturale in su). Si possono, per ora, fissare due grandi «piani» superstrutturali, quello che si può chiamare della «società civile», cioè dell'insieme di organismi volgarmente detti «privati» e quello della «società politica o Stato» e che corrispondono alla funzione di «egemonia» che il gruppo dominante esercita in tutta la società e a quello di «dominio diretto» o di comando che si esprime nello Stato e nel governo «giuridico». Queste funzioni sono precisamente organizzative e connettive. Gli intellettuali sono i «commessi» del gruppo dominante per l'esercizio delle funzioni subalterne dell'egemonia sociale e del governo politico, cioè: 1) del consenso «spontaneo» (12) dato dalle grandi masse della popolazione all'indirizzo impresso alla vita sociale dal gruppo fondamentale dominante, consenso che nasce «storicamente» dal prestigio (e quindi dalla fiducia) derivante al gruppo dominante dalla sua posizione e dalla sua funzione nel mondo della produzione; 2) dell'apparato di coercizione statale che assicura «legalmente» la disciplina di quei gruppi che non «consentono» né attivamente né passivamente, ma è costituito per tutta la società in previsione dei momenti di crisi nel comando e nella direzione in cui il consenso spontaneo viene meno. Questa impostazione del problema dà come risultato un'estensione molto grande del concetto di intellettuale (13), ma soltanto così è possibile giungere a una approssimazione concreta della realtà. (…)
     Nel mondo moderno, l'educazione tecnica, strettamente legata al lavoro industriale anche il più primitivo o squalificato, deve formare la base del nuovo tipo di intellettuale. Su questa base ha lavorato l'«Ordine Nuovo» settimanale per sviluppare certe forme di nuovo intellettualismo e per determinare i nuovi concetti, e questa non è stata una delle minori ragioni del suo successo, perché una tale impostazione corrispondeva ad aspirazioni latenti e era conforme allo sviluppo delle forme reali di vita. Il modo di essere del nuovo intellettuale non può più consistere nell'eloquenza motrice esteriore e momentanea degli affetti e delle passioni, ma nel mescolarsi attivamente alla vita pratica, come costruttore, organizzatore, «persuasore permanentemente» perché non puro oratore - e tuttavia superiore allo spirito astratto matematico; dalla tecnica-lavoro giunge alla tecnica-scienza e alla concezione umanistica storica, senza la quale si rimane «specialista» e non si diventa «dirigente» (specialista + politico).” (14)

NOTE

(1) Voce: "Classe” in Nicola Abbagnano, Dizionario di filosofia – Utet – 1998 - pagg. 160/161;
(2) Voce: "Classe, coscienza di” in Nicola Abbagnano, op. cit.; - pag. 161;
(3) Uno dei concetti centrali della posizione politica di Gramsci è quello di «egemonia», che si riferisce alla conquista, mediante la lotta culturale e la forza della propria proposta, del predominio della visione comunista del mondo nelle diverse istituzioni sociali. L'articolazione della società civile ha come conseguenza una articolazione e un decentramento del potere: i centri di potere, le «casematte» del capitalismo, sono l'economia, l'informazione, la scuola, la religione, ecc. Prima di proporsi l'obiettivo della conquista del potere politico, occorre conquistare queste aree con una guerra di posizione, di trincea. Il partito deve estendere la propria influenza sulla società civile, divenire in essa predominante. Una forza politica diviene «egemonica» quando si propone come portatrice di una nuova concezione della società, riuscendo a imporsi nelle diverse aree come punto di riferimento e di aggregazione per forze più ampie della classe che direttamente rappresenta.
(4) Voce: Note sul Machiavelli, in A. Gramsci, Quaderni del carcere, edizione tematica a cura di Luciano Gruppi, Editori Riuniti, Roma, 1979. (Q. 13) pp. 102-103;
(5) Voce: Il materialismo storico in A. Gramsci, Quaderni del carcere - (Q. 11) – pag. 4. [L'individuo acquista coscienza di classe in quanto si identifica con essa, e ciò è possibile se la classe stessa è individuabile, riconoscibile nella società. La descrizione di questo processo muove dalla considerazione che ognuno appartiene necessariamente ad un gruppo di riferimento ed è sociale nella propria natura più personale];
(6) Da un lato ogni individuo opera con gli altri per una trasformazione del reale che presuppone un progetto comune. D'altro lato però ha un'immagine di sé e del proprio posto nella società che deriva non dalla rielaborazione teorica della classe, ma dalla concezione trasmessagli dalla società. Si consideri, a titolo esemplificativo, un operaio che, per la propria collocazione di classe, si inserisce in un processo oggettivamente rivoluzionario di trasformazione della realtà, ma per convincimenti religiosi o ideologici si colloca soggettivamente a difesa dei rapporti politici esistenti. Secondo Gramsci si avrà in questo caso un contrasto nella sua personalità, nel quale può e deve inserirsi l'azione politica che tenda a far corrispondere alla collocazione di classe la coscienza della necessità di partecipare conseguentemente alla trasformazione della realtà. Tra le conseguenze di questa analisi, è l'importanza del partito operaio non solo per conquistare il consenso degli operai, che non discende automaticamente dalla loro collocazione di classe, ma soprattutto per far maturare nella classe operaia una visione del mondo coerente di tipo socialista, che è il fondamento della egemonia in senso gramsciano;
(7) Ognuno ha dentro di sé influenze e concezioni diverse, provenienti dai diversi ambiti della propria esperienza. Deve analizzarle per individuare quelle che corrispondono al suo effettivo essere sociale;
(8) Nel processo precedente, la coscienza di appartenere ad una classe è una chiave di lettura fondamentale per decifrare il proprio essere e i propri interessi effettivi;
(9) "Distacco" ecc., dalla propria situazione empirica immediata, per vedersi come inseriti in realtà storico-sociali (la propria classe, acc.);
(10) Voce: Il materialismo storico in A. Gramsci, Quaderni del carcere, (Q. 11) – pag. 13/14 [L'appartenenza ad una classe determina sempre, in una certa misura, la personalità e la visione del mondo, ma non la consapevolezza di tali dinamiche, che è invece una conquista dell'individuo, un “conosci te stesso”, senza il quale prassi e coscienza possono risultare contrapposte, con una lacerazione che ricorda certi brani hegeliani sulla "coscienza infelice"(…) Il raggiungimento dell'egemonia nella società passa attraverso la conquista delle singole coscienze, cioè attraverso la diffusione di una visione del mondo di classe, prima ancora che attraverso la conquista del potere politico. Alla prassi e alla collocazione di classe del proletariato corrisponde una visione socialista del mondo, ma questa corrispondenza è contrastata dai sistemi ideologici e di potere del capitalismo che tendono invece a far sorgere negli individui una coscienza non di classe. Per operare il passaggio dalla appartenenza di classe alla coscienza di classe è necessaria una serie di mediazioni che non sempre il singolo individuo è in grado di produrre, perché il proprio orizzonte di vita gli impedisce di decodificare le componenti storiche e sociali della propria personalità. La funzione di operare o favorire questi passaggi è propria, secondo Gramsci, degli intellettuali e del partito in quanto "intellettuale collettivo". Anche e soprattutto attraverso questa azione passa la costruzione di una egemonia nella società.];
(11) La definizione di “intellettuale” non può passare attraverso il tipo di attività svolta, così come quella di operaio non è legata semplicemente al lavoro manuale, ma, come per le altre classi, deve individuare i rapporti sociali in cui l'intellettuale opera, nel contesto della società capitalistica. Da questo punto di vista, Gramsci distingue due diversi tipi di intellettuali, che derivano da tradizioni storiche diverse. Da un lato, ogni classe produce i propri intellettuali, che hanno un ruolo specifico nell'organizzazione dell'egemonia sociale e politica della classe stessa: Gramsci li definisce "intellettuali organici". La classe dominante è quella che dispone dei mezzi per formare un'articolata gerarchia di tali intellettuali, che sono funzionali alla costituzione e al mantenimento del potere: sono i funzionari, i burocrati, ecc. Diversa è la posizione degli intellettuali non legati direttamente ad una classe: i letterati, gli artisti, i filosofi, gli scienziati (…) Gli intellettuali organici sono anche l'insieme dei funzionari e dei professionisti, ai vari livelli, che la classe dominante produce al duplice scopo di garantirsi il consenso nella società civile e il controllo dell'apparato statale in ambito politico. Gramsci sottolinea che, in sintonia con la divisione del lavoro, esiste una gerarchia tra gli intellettuali organici, dai creatori delle nuove concezioni ai più umili amministratori del sapere, ma si stabilisce anche una identificazione di corpo che garantisce a tutti i livelli la fedeltà alla classe dominante. Dagli intellettuali organici, Gramsci distingue quelli “tradizionali”, cioè studiosi, scrittori, artisti, ecc., che non sono funzionari. La classe dominante tende a rendere organici gli intellettuali tradizionali, ma il passaggio non è meccanico né scontato, come dimostrano i numerosi filosofi, scrittori, ecc., schieratisi a fianco del movimento operaio. In questa dialettica deve, secondo Gramsci, inserirsi l'attività del partito operaio, in una duplice direzione: da un lato producendo i propri intellettuali organici, diffondendo la cultura tra i militanti e formando i dirigenti; d'altro lato, e soprattutto, lottando per imporre una nuova figura di intellettuale, che coniughi teoria e prassi, cultura e politica, e per queste caratteristiche sia vicino alla concezione del mondo del proletariato, diventandone un alleato naturale;
(12) Oltre che sottolineare che il consenso è in realtà voluto e costruito, le virgolette indicano che esso è acquisito per via indiretta, nel senso che deriva, come è detto sotto, dal prestigio sociale connesso al gruppo dominante;
(13) In questa definizione sono compresi, infatti, i funzionari, gli insegnanti e tutti coloro che in senso lato producono cultura o anche semplicemente l'amministrano o la trasmettono;
(14) Voce: Gli intellettuali, in A. Gramsci, Quaderni del carcere, (Q. 12) – pag. 22;

1. L’OROLOGIAIO (1)

di Antonio Gramsci

Antonio Gramsci (1891/1937) Foto del 1915 tratta da immagini internet

       Si parla spesso di un prima e di un poi. Si aspetta una data fissa. Noi crediamo che non esista alcuna data fissa, e crediamo di essere specificamente noi, solo perché il nostro pensiero coglie sempre nella vita un modo di essere perennemente aderente al nostro pensiero stesso. Tra la solita vita sociale quotidiana e la vita di eccezione delle rivoluzioni non c'è differenza qualitativa, ma differenza quantitativa. Un piú o un meno di certi determinati fattori. Le energie sociali attive sono l'apparenza sensibile e umana di certi determinati fattori. Le energie sociali attive sono l'apparenza sensibile e umana di certi determinati programmi, di certe determinate idee; in tempi normali c'è un equilibrio di forze la cui instabilità ha oscillazioni minime; quanto piú queste oscillazioni diventano irregolari e capricciose, tanto piú si dice che i tempi sono calamitosi; quando l'equilibrio tende irresistibilmente a spostarsi, si ammette che si è entrati in un momento di vita nuova. Ma la novità è quantitativa, non qualitativa.
     È avvenuta una escavazione piú profonda nella ganga sociale. Ora la ganga si sta metallizzando tutta, e il metallo nuovo ha tutto un timbro, il nostro timbro. Ma questo fenomeno c'è sempre stato, perché noi non siamo diversi da ieri, perché noi continuiamo il nostro ieri. Ci ritroviamo in questo fenomeno; gli altri se ne spaventano. Esso è la nostra realtà, è la nostra concezione, è il nostro capolavoro storico, perché finalmente i due termini, concezione e realtà, aderiscono estesamente, non frammentariamente. La vita del pensiero si sta sostituendo all'inerzia mentale, all'indifferenza: è la prima delle sostituzioni rivoluzionarie. Una nuova abitudine si forma: quella di non temere il fatto nuovo: prima perché peggio di cosí non può andare, in seguito perché ci si convince che andrà meglio.
     È incominciato il processo ideale del regime, è incominciata la sua dichiarazione di fallimento; esso ha perduto la fiducia istintiva e pecorile degli indifferenti, perché ha chiuso troppi sportelli. Ha socchiuso ora un altro sportello: quello della vita, la bocca del forno, la porta del magazzino granario. Lo chiuderà del tutto? La domanda angosciosa si propaga nelle lunghe file di donne che fanno coda alle cinque del mattino dinanzi alle panetterie. Raggiunge tutti, anche i piú umili strati della passività sociale; bussa e scuote i pilastri stessi della vita. E la ganga si metallizza; tutti vivono, tutti si nutrono: le sorgenti della vita si disseccano, e la passività si organizza in pensiero per difendersi.
Hanno per tre anni goduto la fiducia di una piccola parte attiva della società: hanno disciplinato esteriormente la immensa passività sociale, gli indifferenti: l'altra parte attiva, che non soffre esteriorità, non ha concesso la sua fiducia, la sua collaborazione.
     Ora anche l'immensa passività si organizza in pensiero, si disciplina, non secondo schemi esteriori, ma secondo le necessità della sua vita propria, del suo pensiero nascente. Non c'è bisogno dell'accordo dell'armonia prestabilita. Se, come Leibniz, paragoniamo i numeri di questa umanità nascente agli orologi di una bottega da orologiaio, osserviamo lo stesso atto: l'armonia prestabilita, il segnare tutti la stessa ora, il pensare tutti la stessa cosa, l'essere tutti assillati da uno stesso turbamento, non risulta da un accordo, da uno scambio di volontà. Il disagio è l'orologiaio che fa scattare insieme tutte le molle, che imprime un movimento sincrono a tutte le lancette. Il disagio è l'orologiaio che ha creato un'unità sociale nuova, con stimoli nuovi, non esteriori, ma interiori. Un'unità sociale piú estesa di quella che ieri esisteva determinata dalla stessa causa. Ieri il disagio era il rapporto di insoddisfacimento tra un dato pensiero politico ed economico, tra un bisogno e una delusione, oggi è lo stesso rapporto, colto da una moltitudine, da una quasi totalità. Ed è la continuazione del nostro ieri, è per noi una continuità, perché la vita è sempre una rivoluzione, una sostituzione di valori, di persone, di categorie, di classi. Gli uomini però dànno il nome di rivoluzione alla grande rivoluzione, a quella cui partecipa il massimo numero di individui, che sposta un numero maggiore di rapporti, che distrugge tutto un equilibrio per sostituirlo con un altro intero, organico. Noi ci distinguiamo dagli altri uomini perché concepiamo la vita come sempre rivoluzionaria, e pertanto domani non dichiareremo definitivo un nostro mondo realizzato, ma lasceremo sempre aperta la via verso il meglio; verso armonie superiori. (..)

 

2. DEMAGOGIA (2)

 

     Demagogico e demagogia sono le due parole piú in voga presso le persone ben pensanti e i pietisti in pantofole per dare il colpo di grazia all'attività dei «caporioni», dei «sobillatori» socialisti. Demagogia, per lo squisito senso linguistico di Tartufo, ha solo questo preciso significato: attività, propaganda socialista in quanto volta a scuotere i dormienti, a organizzare gli indifferenti, a dare stimoli di ricerca, di libertà a quanti finora si sono tenuti in disparte dalla vita e dalle lotte sociali.
     La demagogia non è insomma, un modo di fare la propaganda, ma è tutta una certa propaganda, la propaganda socialista. Demagogia non è il giudizio morale che si può dare della leggerezza, della superficialità, dell'avventatezza con cui si cerca di formare una qualsiasi convinzione, ma è un fatto storico, il movimento ideale che è la faccia piú appariscente dell'azione educativa del Partito socialista. Tartufo cosí modifica il vocabolario, determina una certa fortuna alle parole. Ha riabilitato la parola teppista, sta nobilitando la parola demagogia. Tra qualche tempo, quando il movimento socialista avrà tanta forza da imprimere anche alla lingua il suo sigillo di bontà e di libero corso, teppista prenderà definitivamente il significato di galantuomo, e viceversa, e demagogia, vorrà dire metodo di politica e di propaganda serio, fondato sulla realtà dei fatti, e non sulle apparenze piú vistose, e perciò piú fallaci.
     Aspettando quel giorno noi continuiamo a dare alla parola il suo vecchio significato, e continuiamo ad applicarla ai demagoghi, cioè a quelli che si servono di sgambetti logici per apparire nel vero, che falsano scientemente i fatti per apparire i trionfatori, che per ubriacarsi della vittoria di un istante sono insinceri o affrettati.
     Ci hanno chiamati demagoghi perché ci piace chiamare «pescicani» i fornitori militari. E ci hanno fatto osservare che alcuni di questi pescicani pagano duemila lire la loro inserzione nel nostro giornale. Siamo «demagoghi» perché non ci lasciamo guidare nelle nostre valutazioni dal criterio dell'utile; evviva dunque la demagogia. Siamo demagoghi perché non siamo imbecilli, perché non vogliamo confondere l'inconfondibile. Perché non ci vergogniamo che il nostro giornale prenda duemila lire per un contratto di pubblicità liberamente accettato, perché in libera concorrenza con gli altri datori di pubblicità, mentre siamo persuasi che debbono vergognarsi dei loro guadagni, che possono essere chiamati «pescicani» quelli che abusano della loro indispensabilità, della mancanza di concorrenza per svaligiare l'erario pubblico, per imporre i prezzi che permettano gli arricchimenti subitanei e il ritiro in pensione dei fortunati che hanno approfittato del momento buono. Perché non muoviamo dalle apparenze fallaci, perché non giudichiamo dal criterio dell'utile immediato, siamo demagoghi, e gli altri sono persone serie, maestri di bel vivere. Con questi capovolgimenti di senso comune si dimostra la nostra disonestà, la nostra demagogia. E si contribuisce niente altro che a una trasformazione dei significati delle parole del vocabolario italiano.

NOTE

(1) Siglato A.G., Il Grido del Popolo, 18 agosto 1917;
(2) Non firmato, Avanti!, ediz. Piemontese, 10 ottobre 1917, sotto la rubrica «Sotto la Mole».

 

MOLEBEN PER IL PRESIDENTE RUSSO VLADIMIR PUTIN

 

Il 7 maggio 2012 il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia Kirill ha celebrato un Moleben (rito di impetrazione di grazie) nella cattedrale dell’Annunciazione del Cremlino di Mosca, in occasione dell’insediamento del Presidente russo Vladimir Putin.

Il 7 maggio 2012 il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia Kirill (...)  ha accolto il Presidente della Federazione Russa con la moglie davanti alla Cattedrale dell’Annunciazione.
     Nella preghiera dei fedeli, proclamata dal diacono, una delle intenzioni era “per il Presidente Vladimir del nostro paese, la Russia, perché gli sia concessa dal cielo forza e saggezza di governo e giudizio per guidare al bene il nostro paese e seminare in esso pace e prosperità”.
     Per il Capo dello Stato russo ha poi pregato Sua Santità.
Il servizio di preghiera per l’insediamento del Presidente della Russia è stato composto durante il ministero primaziale di Sua Santità il Patriarca Alessio II. Il Primate della Chiesa Ortodossa Russa di beata memoria l’ha celebrato tre volte, negli anni 2000, 2004 e 2008.
     Al termine del servizio, Sua Santità ha rivolto un discorso a Vladimir Putin, in cui ha detto tra l’altro: “Vorrei congratularmi vivamente con Lei, Signor Presidente, per l’elezione; per il fatto che la maggior parte del nostro popolo ha designato Lei, coscientemente e liberamente, ad essere Presidente della Federazione russa. In questo antico Cremlino, dove molti dei Suoi predecessori hanno rivolto a Dio la loro preghiera per il loro alto servizio alla Patria, oggi preghiamo con fervore affinché il Signore guardi con misericordia a Lei e al nostro Paese, Le conceda forza mentale e fisica, saggezza, forza dello spirito, e tutto ciò che è necessario a una persona che porta una grande responsabilità per la vita e il benessere di decine di milioni di concittadini.
     La legittimità del presidente si basa sulla fiducia del popolo. Lei ha tale fiducia. Ciò significa che l’obiettivo finale del servizio del Presidente è quello di servire il popolo. Affinché questo ministero abbia successo, è necessario ascoltare la voce del popolo. Questa è un’arte molto difficile. La voce del popolo può essere soffocata. Può essere soffocata dalle voci di gruppi ben organizzati o di singoli, che spesso tendono a far passare la propria opinione per l’opinione della gente. La capacità di distinguere gli spiriti (cfr. 1 Cor 12,10) e ascoltare la voce del popolo è la chiave del successo del servizio del Capo dello Stato. Oggi abbiamo chiesto in preghiera che la Sua vicinanza al popolo, la Sua capacità di sentire la voce della gente, cresca sempre più, ogni giorno del Suo mandato, portando grandi vantaggi alla nostra patria e a tutta la nostra gente”.
     Il Primate della Chiesa ortodossa russa ha fatto dono al Capo dello Stato di un’antica icona della Madre di Dio della “Tenerezza”.
     Durante il servizio, col Patriarca hanno concelebrato il metropolita Juvenalij di Krutitsy e Kolomna, il metropolita Hilarion di Volokolamsk e l’arcivescovo Evgeny di Verejsk.
     All’inizio della giornata Sua Santità aveva partecipato alla cerimonia di insediamento di Vladimir Putin alla carica di Presidente della Russia, tenutasi al Cremlino presso il Palazzo Grande.
     All’insediamento hanno partecipato anche il metropolita Juvenalij di Krutitsy e Kolomna, il metropolita Hilarion di Volokolamsk, il metropolita Ignatij di Khabarovsk e Amur, l’arcivescovo Evgeny di Verejsk, l’archimandrita Eli (Nozdrin), l’archimandrita Tikhon (Sheykunov), l’arciprete Vsevolod Chaplin, il presidente del Dipartimento sinodale per l’informazione Vladimir Legoida.

* Tratto dal sito: http://www.mospat.ru

 

CERIMONIA PRESIDENZIALE



IV - DETTI DI PADRE PAISIOS (1)

 

«La teologia è la parola di Dio afferrata dalle anime pure, umili e rigenerate spiritualmente e non le belle parole della mente, scelte con arte letteraria ed espresse con spirito giuridico o mondano».

p. Paisios (1924/1994)

1. «I santi padri facevano uscire la parola divina dal loro cuore e dalle esperienze delle loro battaglie spirituali, contro il male e il fuoco delle tentazioni. Essi confessavano queste esperienze umilmente o le scrivevano per aiutare noi posteri, con amore».

2. «Coloro che lavorano umilmente e acquistano molte virtù e diffondono umilmente, per amore, il loro vissuto segreto, costoro sono i più grandi benefattori perché offrono una elemosina spirituale e aiutano molto positivamente le anime deboli o scosse nella fede. Coloro, infine, che danno anche se stessi al mondo, per amore, avendo prima allontanato il mondo dal loro cuore, costoro volano ormai verso il cielo e non possono essere afferrati dal mondo».

3. « I discorsi intorno alla preghiera non finiscono mai, perché la preghiera stessa non finisce mai. Essa è dialogo con Dio. Non posso dirti che cosa sente chi prega. L’anima del vero cristiano vuole sempre pregare. Incomincia con la Dossologia, continua conta Deprecazione e la Domanda e poi daccapo. Chi prega ricorda i suoi fratelli quotidianamente e chiede a Dio di illuminarli, di perdonarli e di guidarli nella via della salvezza.

5. «Spesso osservo una cosa strana che succede agli uomini spirituali e che mi ricorda il mercato. Li tutti gridano: uno raccomanda le sue arance, un altro le sue barbabietole e così via. Ciascuno si preoccupa di vendere la propria merce. Qualcosa di simile succede anche ai cristiani. Alcuni dicono: se entri in quest’associazione ti salverai, se entri in quell’altra ti salverai,  mentre molti uomini non sono chiamati né all’una né all’altra, ma ad una terza. Per l’amore di Dio! Un vero uomo di Dio offre solo un aiuto; mai soffoca l’altro».

6. «Quando Cristo vede che qualcuno lotta senza avere qualche aiuto umano, allora interviene lui e lo aiuta».

7. «La preghiera è fiducia in Dio.  Se affidi qualcosa assolutamente a Dio, non hai più bisogno né di pregare né di preoccuparti, perché Dio ne ha preso a responsabilità. Occorre solo aspettare con pazienza che il frutto maturi e cada dall’albero».

8. (Circa il modo con cui l’uomo progredisce spiritualmente): «Sono a favore delle lotte. Anzi ho fatto esperimenti su me stesso. Ho però constatato che la migliore battaglia è quella con cui l’uomo acquista l’umiltà e l’amore. Questa conquista non ha bisogno di genuflessioni e di altre cose esterne, per cui essa è facile sia per l’uomo che per la donna, ma anche per il bambino. Dobbiamo concedere il primato alle cose spirituali e non a quelle esterne, perché le circostanze esterne causano illusioni».

9. «Certamente il diavolo è molto forte, ma anche molto “distrutto”. Egli può far cadere un gigante ed essere vinto da un bimbo». (2)

10. «Chi è diventato eretico per ignoranza, Dio lo farà ritornare all’ortodossia. Ma chi ha aderito all’eresia per orgoglio non tornerà».

11. (Sulla vita monastica) 1. «Ci sono uomini che lottano, ma non vedono progressi in se stessi. Chi lotta e non vede progresso o è orgoglioso o ha la tendenza all’orgoglio. Dio non dona la sua grazia laddove c’è superbia o inclinazione ad essa. Chi lotta con filòtimo, (3) ossia con tutto se stesso liberamente con generosità e nobiltà, allora sente dentro di sé sicurezza e consolazione. Allora va tutto bene».

11.1. «Il diavolo non va a caccia degli stupidi, ma degli intelligenti, cioè di coloro che sono vicino a Dio e possono fare miracoli. A loro toglie  la fiducia in Dio e comincia a farli soffrire usando le armi dell’autosufficienza e della razionalità, della ragione e del giudizio. Perciò dobbiamo “mettere la nostra testa nel frigo”, fino a quando Dio ce la restituirà santificata. Nessuno è stato mai guarito da solo e nessuno sarà salvato senza l’obbedienza».

11.2. «Dobbiamo essere una fabbrica di buoni pensieri. Se una fabbrica produce palle e noi le forniamo del ferro, produrrà palle di ferro. Se essa produce calici e noi le daremo oro, produrrà calici d’oro. Allo stesso modo la nostra mente produce secondo i pensieri che le diamo. A causa nostra la tentazione mette alla prova la nostra consorella. Quando preghiamo Dio di darci amore, allora egli permette che una nostra consorella si ammali affinché possiamo donarle il nostro amore».

11.3. «Nel tempo in cui avete coltivato la fiducia in voi stesse, che cosa avete guadagnato? L’autosufficienza è un grande ostacolo alla grazia. Non cedete mai alla vostra testa! Pensate in modo semplice e Dio si avvicinerà grazie alla vostra umiltà e vivrete  nella sua gioia e nel suo riposo. Il progresso spirituale dipende da noi. Nessun santo ci potrà salvare se noi non faremo le cose giuste. Dio ci aiuta quando ci abbandoniamo a lui, Chi ha buoni pensieri ha la salute spirituale».

11.4. «Non disperatevi dei piccoli errori, ma temete quelli gravi. Se togliamo gli errori gravi, allora spariranno anche quelli più leggeri. ».

NOTA

(1) I detti del Ghèron Paisios sono tratti dal libro di Dionisios Tatsis, Non cercate una santità a buon mercato - Edizioni Dehoniane Roma – 1997 [Per approfondire la conoscenza dello ieronda Paisios si vedano gli altri PDF presente nel LINK FILOCALIA dal titolo: Ghéron Paisios – 1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6;
(2) Il Ghèron vuol dire che il diavolo può essere distrutto dall’umiltà e dalla semplicità, perciò, come afferma dopo, può essere vinto da un bambino;
(3) La parola filòtimo (filos = amante + timì = onore) è una caratteristica della spiritualità di Paisios. Essa significa secondo le circostanze: volere liberamente; agire senza costrizione, con tutto il cuore; mettere tutto se stesso; operare con nobiltà, con generosità, solo per amore di Dio e del prossimo.

 

LA FINE DELLO STATO (1)

di Eric J. Hobsbawm

 

"Fare un libro è men di niente
se il libro fatto non rifà la gente"

G. Giusti

Copertina del libro

     Eric Hobsbawm, ancora oggi nonostante i 94 anni continua ancora a scrivere e lavorare. Vivendo così a lungo, soprattutto in un secolo di grandi stravolgimenti e di cambiamenti enormi dovuti soprattutto all’avanzare della tecnologia, Hobsbawm è in grado di vedere quello che si è perduto nel corso del tempo semplicemente facendo il raffronto con il modo in cui lui viveva da giovane. Anche il fatto di essere marxista lo porta a riflettere sul potere dello stato oggi, perchè il comunismo parte proprio dall’idea che lo stato debba essere forte per poter dare “a tutti secondo il loro bisogno”.
     Gli stati oggi sono molto deboli, e lo diventano sempre di più. Hobsbawm ne mette in luce tutti i difetti e i problemi: il fatto che “democrazia” non significhi nulla, che sia solo una parola alla moda e che anche la Svezia, la Papua Nuova Guinea, e la Sierra Leone sono tutti stati formalmente democratici, ma non per questo si assomigliano minimamente; come la guerra fredda abbia lasciato dietro di sé un”enorme quantità di armi, ed altre continuino ad essere prodotte anche oggi, e la natura di armi leggere come i mitra abbia una potenza così devastante da permettere di creare dei veri e propri eserciti privati; e di come i movimenti terroristici, indipendentistici o di altra natura possano sfruttare la debolezza dei governi e la disponibilità di armi per creare un’epoca di sempre maggiore violenza, cui gli stati stanno rispondendo con una sempre maggiore organizzazione e tecnologizzazione della polizia per sedare le rivolte.
     Hobsbawm non ha paura ad esprimere la sua sfiducia nella democrazia, cosa ancora assai rara, in Italia solo Massimo Fini si è occupato di sfatare i miti della democrazia, per tutti è praticamente ovvio che la democrazia sia il sistema di governo migliore, e per praticamente tutti è anche l’unico immaginabile. Sono pochi gli italiani che si ricordano che fino a non molto tempo fa c’era un re d’Italia, così come sono pochi gli americani che si ricordano che in America fino a 50 anni fa i neri dovevano usare i loro marciapiedi e i loro posti sugli autobus.
     Hobsbawm ricorda come ci siano stati governi autoritari come la Prussia che erano costruiti sul principio della sovranità della legge, le costituzioni efficienti e funzionali non debbano necessariamente essere democratiche, e come governi nati da colpi di stato come quello di Napoleone III abbiano saputo poi conquistarsi i favori del popolo (cosa simile fece anche Mussolini).
     Ci sono poi altri problemi che indeboliscono il potere degli stati che Hobsbawm non considera in questo libricino perchè avrebbe allungato molto il discorso: il fatto che ci siano grandi poteri economici come banche, multinazionali e grandi industrie che limitano il potere politico con privatizzazioni o corruzione, e che possono farsi fare delle leggi dai politici o far dichiarare guerra (come nel caso dell’intervento dell’Inghilterra in India con la scusa che bisognava difendere gli interessi della compagnia delle indie e degli investitori della borsa di Londra, o l’intervento americano in Afghanistan e Iraq per conquistare territori e pozzi petroliferi per le aziende americane, usando bombe e proiettili delle industrie americane che finanziano entrambi i partiti americani); anche la mentalità è cambiata, non c’è più il rispetto per l’autorità che c’era in passato,  gli uomini sono sempre facilmente manipolabili, ma ormai non sono più i governi che li manipolano ma la pubblicità o la propaganda, così alcuni passano tutta la loro vita a pensare al telefonino nuovo da comprare o a mettere abbastanza soldi da parte per comprarsi il macchinone, e altri entrano in bande terroristiche affascinate dal fatto di poter combattere per qualcosa, di avere un ideale e una guerra da vincere. Il governo dovrebbe “manipolare” il popolo educandolo al rispetto della legge e delle altre persone, all’importanza dell’istruzione e della morale, certo ci saranno sempre degli errori e delle idee sbagliate in questa educazione ma è sempre meglio di niente, altrimenti è come dire che un genitore che ha paura di occuparsi del figlio perchè non vuole rischiare di dargli mai uno schiaffo preso dalla rabbia fa una cosa migliore ad abbandonarlo per la strada.
     Parlare di fine dello stato è significativo soprattutto in Italia, dove tradizionalmente gli italiani sono abituati allo stato che si occupa degli ospedali, del medico di famiglia, delle scuole, dell’acqua, dell’elettricità, della televisione, del sostegno alla cultura, ma oggi tutto questo sta scomparendo di fronte all’enorme debito pubblico, all’incompetenza e al menefreghismo dei politici, e al fatto che lo stato deve prima di tutto dare soldi alle grandi organizzazioni di potere: la mafia, la camorra, la chiesa, le banche, gli industriali; una parte di questi soldi deve poi ritornare indietro ai politici, e solo quello che rimane è a disposizione dei bisogni della popolazione, ma anche in quel caso spesso i soldi vanno spesi commissionando lavori inutili a imprese dalla mafia, dando soldi ad aziende di mogli o parenti di qualche politico, pagando stipendi faraonici a manager che mandano in fallimento grandi aziende statali e cose simili. Lo stato italiano ormai non è debole, è praticamente inesistente.

NOTA

(1) Eric J. Hobsbawm, La fine dello Stato - 2007, 120 p., Editore: Rizzoli (collana Piccoli saggi) Tratto dal sito: Recensioni dei migliori libri della storia umana.


LIBRI DI SPIRITUALITA’ E TEOLOGIA ORTODOSSA

 

1) Giovanni Romanidis, Chi è Dio? Chi è l'uomo? Lezioni di teologia sperimentale (192 pagine - Editore: Asterios - 2010)

Copertina del libro

Cos'è l'Ortodossia? È una religione tra tante? Qual è il cuore della tradizione ortodossa? Che cos'è la divinizzazione? Chi è il vero teologo nella Chiesa? Chi, in un'ottica cristiana, è spiritualmente malato e chi è invece sano? Cos'è la preghiera intellettiva? Qual è la differenza tra Ortodossia ed eresia? Qual è il senso della distinzione patristica tra l'essenza di Dio e l'atto di Dio? Chi è Dio e chi è l'uomo? Queste e altre domande riecheggiano nel presente volume di padre Giovanni Romanidis. Si tratta delle lezioni universitarie di dogmatica ortodossa che egli ha tenuto nel primo semestre dell'anno accademico 1983-1984 presso la Facoltà di Teologia dell'Università di Salonicco, lezioni che sono state sbobinate e trascritte dal monaco Damasceno del monastero di Karakallou sull'Athos.

 

2) Pavel A. Florenskij, Il concetto di Chiesa nella Sacra Scrittura (Classici del pensiero cristiano -  324 pagine -  San Paolo Edizioni - 2008)

Copertina del libro

Questa importante opera di Florenskij scritta nel 1906, ancora studente al terzo anno dell'Accademia Teologica di Mosca, non è mai stata attentamente esaminata, né quanto alle questioni ecclesiologiche qui trattate, né quanto al suo significato in relazione alle successive opere teologiche di padre Pavel. Si tratta di un vero e proprio "trattato" che, a oltre un secolo dalla sua stesura, mantiene intatto il suo interesse, svelando un tesoro della riflessione ecclesiologica ancora sconosciuto per la cultura teologica europea. La preziosità dell'opera non risiede soltanto nelle acute e geniali intuizioni giovanili di Florenskij, ma anche nella sorprendente anticipazione di alcune questioni cruciali del rinnovamento ecclesiologico del secolo XX. Inoltre, trovano qui una loro degna anticipazione alcuni temi portanti del pensiero florenskijano.

3) Detti e fatti dei Padri del deserto - 286 pagine - Editore: Bompiani (2000)

Copertina del libro

Il loro precetto fondamentale era vivere "come un uomo che non esiste". La solitudine, il silenzio, il digiuno, il canto dei salmi e il lavoro manuale erano i gradini fondamentali della loro ascesi. Fedeli allo spirito più autentico del messaggio evangelico, i Padri del deserto fiorirono tra il III e il IV secolo d.C. Irreversibilmente stranieri su questa terra, vissero da anacoreti o da cenobiti, in caverne, in celle di sperduti monasteri; un esilio volontario abbracciato per esercitare il dominio sulle passioni, per meglio realizzare la perfezione della rinuncia e la continuità dell'orazione. Solo alcuni loro detti, raccolti da discepoli in pergamene greche, copte, armene e siriache, avrebbero attraversato i secoli giungendo sino a noi.

4) Barsanufio e Giovanni di Gaza, Epistolario.  (650 pagine - Editore: Città Nuova - 1991)

Copertina del libro

Queste non poche lettere, scritte nella prima metà del VI secolo a Gaza, nella Palestina meridionale, sono opera del due «Grandi Anziani» Barsanufio e Giovanni  — quest’ultimo
discepolo del primo e suo imitatore — che vivevano da reclusi vicino al cenobio dell’abate Serido. Egli fungeva da tramite fra coloro, monaci e semplici fedeli, che gli affidavano le loro «domande», e I due grandi padri spirituali, che gli affidavano le «risposte», dettandogliele. Essi si addossavano il peso di tanti figli e li guidavano con la parola e con la preghiera. La gamma degli argomenti toccati è molta ampia e profonda, tanto che ogni lettore può trovare in questo epistolario «risposte» che facciano al caso suo, e sentire I suoi problemi assunti da una paternità intensa e dolcissima. Non mancano questioni ecclesiali e dottrinali, e anche problemi della vita comune. In molte risposte è contenuta una fine nota umoristica. Ma ciò che domina è la preoccupazione di trasmettere gli aspetti più profondi della vita cristiana, la carità e umiltà, unite a una grande libertà di spirito. Barsanufio particolarmente ci mostra in se stesso la compresenza di carismi straordinari e di un’umiltà grandissima — lui che si chiama sempre «minimo» e «terra e cenere» — oltre alla grande autenticità del suo spirito, da lui trasmessa all’altro Anziano Giovanni e a tutti i loro discepoli. Se, in base a  tanta autenticità e libertà di spirito, questi Anziani sono diffidenti verso l’assunzione volontaria e l’imposizione esterna di regole, è perché la Scrittura rappresenta per loro la vera fondamentale e necessaria regola di vita- Essi vivono — e trasmettono — davvero l’egemonia della Scrittura nella mente e nell’anima, casi che tutto può dirsi in loro plasmato da essa e in virtù sua proposto come nutrimento e fondamento di tutta la fede, la speranza e l’amore.

 

2. SULLA LIBERTA’ CRISTIANA (1)

di s. Barsanufio e s. Giovanni di Gaza

1. Qual è la libertà nelle cose, e come bisogna farne uso.

     Libertà è la verità espressa chiaramente Capita che uno abbia bisogno di cibo, di vestiario o di qualsiasi altra cosa e deve dirlo a chi può procurargliela. Questa libertà deve esplicarsi con persone che non si scandalizzano di essa poiché non tutti ne traggono edificazione: chi ha discernimento, resta edificato e si rallegra, ma chi non è cosi si scandalizza. D’altra parte bisogna che chi usa questa libertà non la usi passionalmente, per assopire la passione che lo travaglia, ma per soddisfare la necessità. Ma se né la persona si scandalizza né soggiace una passione, la libertà è buona; bisogna però stare attenti di non usarne davanti a qualche altro che si scandalizzi di essa facilmente Per quanto possibile parla piuttosto in privato di ciò che desideri a chi può dartelo e può custodire indenne il pensiero del fratello. Qualche volta infatti ti può capitare di essere preso dalla fatica e di aver bisogno di mangiare in anticipo, tanto che qualcuno, udendo, si scandalizza oppure chiedi qualcosa e il fratello non ne è edificato. Come è già stato detto, buona è la libertà se esercitata nel timore di Dio. Infatti, se, quando hai bisogno di qualcosa, non lo dici, aspettando che quello [che te la può dare] lo faccia da sé, accade che egli ignori il tuo bisogno, oppure, saputolo, se ne dimentichi oppure anche, volendo metterti alla prova faccia così per vedere se hai pazienza e avviene che tu ti scandalizzi di lui e pecchi. Se gli parli invece apertamente, non succede niente di tutto questo. Tu però disponi bene il tuo pensiero fin da prima, perché, se dopo aver chiesto ciò che cerchi non lo ottieni, non ti affligga o scandalizzi o mormori, ma dica al pensiero: O non può darmelo, o io non ne sono degno e perciò Dio non gli ha permesso di darmelo. Ma guarda che, considerando l’insuccesso per questo tu non tronchi la libertà nei suoi riguardi, cosi che quando la necessità lo richieda, tu non osi domandargli più niente, ma cerca di custodire sempre te stesso senza turbamento rispetto a quell’insuccesso. E se poi già da sé uno ti chiede di che cosa hai bisogno, anche in questo caso di’ la verità. E se, preso alla sprovvista, dici: Non ho bisogno, riprendi te stesso e dì: Perdonami, ero distratto; si, ho bisogno della tal cosa.

2. Non giova praticare la troppa libertà.

     C’è libertà e libertà: c’è una libertà che viene dalla sfrontatezza ed è madre di tutti i mali, e c’è una libertà che viene dalla ilarità e non giova affatto a colui che la pratica. Ma siccome è proprio dei forti e potenti il fuggirle entrambe, se noi non possiamo, a causa della nostra debolezza, fuggirle entrambe, pratichiamo almeno la libertà della ilarità, stando attenti di non dare con essa al fratello occasione di inciampo. Quelli che vivono in mezzo agli uomini, se non sono perfetti non possono allontanarsi da questa seconda libertà; ma se non possiamo, essa sia per noi di edificazione e non di inciampo, soprattutto se ci sforziamo di accorciare anche il discorso da essa provocato, poiché il molto parlare non giova affatto, anche se sembra che non ci sia niente di inopportuno. Quanto al riso, ha lo stesso potere poiché è un prodotto della troppa libertà. Se uno ha la sfrontatezza di fare discorsi turpi, è chiaro che ha anche un riso turpe; ma se ha la libertà dell’ilarità, è chiaro da questo che ha anche un riso ilare. E come è detto della troppa libertà, che non giova praticarla, cosi anche nel riso che da essa proviene non bisogna attardarsi o effondersi, ma il pensiero deve costringere il riso a passare alla serietà. E quelli che si effondono in esso sappiano che cadranno tutti anche nella fornicazione.

NOTA

(1) S. Barsanufio e s. Giovanni di Gaza, Epistolario – Città Nuova editrice (collana di testi patristici), 1991 (lettere n. 376 e 458). Di s. Barsanufio e Giovanni di Gaza si veda anche (nel nostro LINK FILOCALIA) il PDF n. 1

LA POESIA

 

La poesia celiando porta un farmaco al dolore, ammaestramento

e insieme diletto per i giovani, una piacevole esortazione.

 

s. Gregorio Nazianzeno (IV° sec)  

 

О, ЧТО ЗНАЧАТ ВСЕ СЛОВА И РЕЧИ
(1892)

 

О, что значат все слова и речи,
Этих чувств отлив или прибой
Перед тайною нездешней нашей встречи,
Перед вечною, недвижною судьбой?

В этом мире лжи — о, как ты лжива!
Средь обманов ты живой обман.
Но ведь он со мной, он мой, тот миг счастливый,
Что рассеет весь земной туман.

Пусть и ты не веришь этой встрече,
Всё равно,— не спорю я с тобой.
О, что значат все слова и речи
Перед вечною, недвижною судьбой?

 

OH, COSA MAI VALGONO
(1892 - Trad. di Leone Pacini Savoj)

 

Oh, cosa mai valgono tutte le parole, cosa
tutti i discorsi; cosa il flusso o il riflusso dei sensi
dinanzi al mistero del nostro incontro non terreno,
dinanzi all'eterno, immobile fato?

In questo mondo di menzogna – oh, come sei
fallace! In mezzo agli inganni – quale vivo inganno
tu sei! Ma io lo tengo: è mio quell'istante beato
che dissolve ogni nebbia terrena.

Non credere, se vuoi, neppur tu a questo incontro:
è lo stesso – non disputerò io con te:
oh, cosa mai valgono tutte le parole, cosa tutti i discorsi,
dinanzi all'eterno, immobile fato?

                                                             Vladimir S. Solov’ev
                                                 (filosofo e poeta russo - 1853/1900)

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